Tutti i figli di Dio danzano è una raccolta di racconti alla quale non manca assolutamente niente: c’è un uomo che decide di fare un favore ad un collega e partire per un isola lontana per consegnare un pacco misterioso; c’è un anziano signore che ama fare falò sulla spiaggia perché le fiamme si muovono libere assecondando il vento ma odia i frigoriferi, che provocano in lui terribili incubi; c’è un ragazzo che non conosce suo padre ma è talmente convinto che sia quell’uomo, senza il lobo di un orecchio, che ha visto in metro, che lo pedina per tutta la città; c’è una tenera storia d’amore nata ai tempi dell’università. E poi c’è il racconto che preferisco, quello di un uomo come tanti che deve salvare la sua città da un terribile terremoto.

“Io sono una persona molto comune. Sono mezzo calvo, ho la pancetta, ho fatto quarant’anni il mese scorso. Le mie capacità atletiche sono nulle, sono stonato, basso, ho la fimosi, e sono miope. Perché uno come me dovrebbe salvare Tokio?”

Sarà un ranocchio parlante a dimostrare al nostro protagonista che solo persone come lui sono veramente eroi. Murakami Haruki salta dalla realtà più cruda e dolorosa alla pura fantascienza, con una leggerezza straordinaria, ed è in grado di mescolare alla perfezione elementi tragici e comici, con un sottilissimo e particolare umorismo. Sei protagonisti, sei storie diverse, un solo anno. E’ il 1995 che fa da sfondo a questi racconti: l’anno del disastroso terremoto di Kobe. L’ambientazione del libro riflette gli stati d’animo dei suoi personaggi, terremotati anch’essi ed emotivamente instabili a causa di avvenimenti che, in un modo o nell’altro, hanno cambiato le loro vite. Murakami ci racconta dei terremoti della vita, quelli che si verificano nella nostra mente ogni giorno, quei sentimenti che ci fanno vacillare e, a volte, distruggono tutto ciò che abbiamo costruito: la rabbia, l’amore, la paura della morte, la solitudine… Perché “la più cruenta battaglia” dice il nostro quinto protagonista, “si svolge tutta nell’immaginazione. E’ quello il nostro campo di battaglia. E’ lì che vinciamo o siamo sconfitti”.

Marta Viazzoli

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Marta Viazzoli

Diciannove anni, studentessa di lingue, legge per sopravvivere e fotografa per non dimenticare. Curiosa, testarda e precisa cerca la verità con occhi impertinenti e mai stanchi. Si circonda di parole, ma apprezza il silenzio, ama il thé, le pozzanghere, i romanzi epistolari, i film francesi e le bolle di sapone. Ammira chi va in direzione contraria e chi sa tornare bambino. Spera che possiate leggervi tra le sue righe.

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