Molti libri hanno dentro un po’ di noi; sembrano racchiudere l’estrema essenza dell’essere umani, fragili e indifesi di fronte ad una vita che ci scaglia addosso tutti i suoi impeti irrefrenabili. Dentro siamo tutti, nell’antro oscuro e profondo della nostra indole, il giovane Werther. Potremmo attribuire ai suoi gesti una mancata consapevolezza delle proprie potenzialità; in fondo Werther sapeva compiacersi delle sue doti artistiche, dipingeva la natura, fedele spunto di riflessione e simbolo dell’ammirazione inquietante che provava per la realtà circostante, leggeva il suo caro Omero, compagno di giorni difficili, che lo inebriava alleviandolo dalle grevi sofferenze che lo affliggevano costantemente. E allora perché spingersi così oltre? Perché voler toccare il fondo? Perché lasciarsi togliere la ragione ed abbandonarsi all’amore intricato ed impossibile per una donna, unico suo scopo e motivo di esistenza? Sono dinamiche a cui cerchiamo di evadere continuamente, sono meccanismi che evitiamo, che ci fanno perdere la testa, che la razionalità esclude dall’orizzonte del nostro benessere psichico. Ma quante volte agiamo d’istinto, quante volte ci ritroviamo come Werther, fermi nel contemplare una finestra nella notte, accecati dal timore che il nostro unico obiettivo possa svanire e dissolversi con la stessa forza con cui si è generato! Non è pazzia, non è follia, è scegliere involontariamente la strada dell’irrazionalità, dell’istinto naturale che ci porta ad accogliere un sentimento che sembra sovrastarci e riempirci allo stesso tempo, un’emozione che ci indebolisce le ossa ma che rinforza di calore il cuore. Werther aveva scelto di vivere, di vivere davvero: decisione che lo porterà all’atto estremo di silenziare una quotidianità offuscata dal rimorso e dall’irraggiungibile desiderio di far sua una voglia che mai si realizzerà.

Stravolge i sensi, pensarlo lì, in preda a pensieri atroci, ad architettare un suicidio con così tanto zelo, con una precisione lacerante e consapevole. Il suo amore per Lotte era diventato un peso e una gioia, coesistevano in lui l’impulso di amarla e quello di liberarla dalla sua oppressione ormai arrivata ad un livello insostenibile. Da quando l’aveva incontrata lì, a quella festa, e le loro braccia si erano fuse in un valzer leggero, la sua mente non aveva trovato più pace, più sollievo, più calma. Lotte era il suo tutto, il suo mondo, Omero era sparito, la natura era solo un quadro appeso al muro che li ritraeva spensierati all’ombra di un tiglio. Trascorreva infinito tempo con lei, nella sua dimora, a baciare con affetto i suoi fratelli per cui lei era una madre indiscussa e amorevole, trascorreva infinito tempo nello stupore di aver trovato sulla Terra un essere così grazioso, che riuscisse a mettere in moto una passione ardente che gli facesse riscoprire i suoi lati più intimi. Tutto cambiò quando arrivò Albert, promesso sposo di Lotte, e Werther mosse i primi passi sulla strada del declino. Inizialmente accettò la figura dell’uomo corretto, ponderato e gentile; poi divenne un’ossessione destabilizzante. La malinconia e il malessere che il giovane nutriva nella sua indole irrequieta pervasero la casa, l’incomprensione regnò incontrastata tra i tre e Werther si rese conto che la sua nascente malattia necessitava dell’antidoto del viaggio. Esplorò l’inutilità del lavoro pratico, l’oppressione che esercitavano su di lui eccessivi convenevoli sociali nelle corti: andare via non risolveva ogni enigma, la lontananza rafforzava la voglia di vivere accanto a Lotte, di assaporare il suo profumo senza mai sfiorarla davvero. La sfiorò una sola volta, la donna tanto bramata, nell’ultima notte della sua tragica vita. La prese con l’impeto di un bambino ferito, la strinse e la baciò sfogando tutto l’amore covato per lunghi estenuanti anni. Ebbe la prova che Lotte l’amava, ed è come se tutti i suoi interrogativi si fossero sciolti nei suoi occhi; già aveva deciso di morire, ma quell’estrema dimostrazione gli aveva fatto comprendere che non lasciava questo mondo con un’anima vuota, dilaniata dal suo conflitto interiore, ma che volava altrove con la consapevolezza di aver raggiunto tutto ciò che più desiderava.

Ed io sfido chiunque a non riconoscersi in lui. È difficile accettarlo, è arduo credere che dentro noi siamo tutti giovani inesperti che si fanno mangiare dalla vita nelle sue sfumature più varie. Se la ragione non filtrasse le nostre azioni, se la smettessimo di esiliare dal nostro ego il buio e la tempesta che ci smuove dentro, ameremmo tutti come Werther, saremmo tutti preda di un vortice che ci sconvolge, che ci trascina ai vertici della felicità e con un soffio di vento ci scaraventa in ginocchio martoriati dal dolore. Lo proviamo costantemente ma decidiamo di vivere perché non abbiamo ancora raggiunto la nostra pienezza. Ma Werther l’aveva sfiorata, quell’estasi, e decise che per lui la sua inquietante felicità si sarebbe esaurita in quello sparo.

Arianna Desideri

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Arianna Desideri

Laureata in Storia dell’arte all’Università di Roma "La Sapienza" con una tesi dal titolo "Le pratiche artistiche nello spazio urbano. Roma negli anni Settanta". Fondatrice di Uragano elettrico, gestisce anche un profilo Instagram per la divulgazione dell'arte contemporanea. / email: angiedesideri@gmail.com / IG: @la.flaneuresse

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  1. Avatar
    trasporti-roma

    Beh, che dire, ho appena lasciato un commento sul mio Blog con link a questo post… anche per ringranziare pubblicamente i visitatori del blog… grazie ragazzi!

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