Incidere sulla carta la storia di un uomo, imprimere in una storia la dicotomia dell’essere umano: essere o sembrare. Mattia Pascal provò a spese della sua stessa pelle la liberazione apparente trasformata in prigionia, su di lui si scagliarono gli eventi, che, immutabili, cambiarono radicalmente la sua imperturbabile esistenza. Un passato sempre presente, espresso nella mente e sempre vivo, ritorna come un tumulto al principio della narrazione: Mattia, Mattia di nuovo, ormai logorato un’ esperienza obbligata, si ritrova nella biblioteca tanto amata e detestata a scrivere di sé, di ciò che l’ha marchiato, di ciò che ora sembra lontano e così pressante. Scrive, e si stupisce, e la mente vaga ancora verso quelle creature che si è lasciato alle spalle, obbligato da circostanze soffocanti che l’hanno costretto ad abbandonarle. Apre il suo bagaglio di vita, il nuovo Mattia Pascal, e ci lascia quell’amaro in bocca, quella frustrazione nel cuore. E narra, vaga, viaggia ancora. E noi con la sua essenza.

Mattia Pascal era un uomo mediocre. Di aspetto modesto, con un occhio che “per disperato, s’era messo a guardare più che mai altrove, altrove per conto suo”, con un occhio caratteristico della sua personalità, con un occhio che poi disprezzò e corresse. Credeva di amare Romilda, donna complicata, ed era detestato dalla suocera Pescatore, scorbutica strega senza pietà. Decise di scappare, almeno per un po’, dopo il dolore lacerante della morte contemporanea della sua amata figlia e della sua adorabile madre, sollievo profondo nella sua prigionia domestica. Vinse al casinò di Montecarlo, si dedicò allo svago, accolse a braccia aperte il favore della fortuna; quando poi morì per la prima volta. Il Foglietto recitava la sua fine con parole sconcertanti: lui? Affogato nel suo podere, la Stia? Suicidato nel mulino? Ma lui era vivo e vegeto. Barcollante, ma vivo.

Mi tremavano le mani nello spiegare il Foglietto. In prima pagina, nulla. Cercai nelle due interne, e subito mi saltò agli occhi un segno di lutto in capo alla terza pagina, e, sotto, a grosse lettere, il mio nome.

Un senso di libertà lo assalì. Un’estasi profonda: libero! Niente più oppressioni e oppressori, lui, ora, morto, era davvero vivo! Si tagliò la barba, che lasciò in vista il suo piccolo mento, si diede un nuovo nome, ispirato da conversazioni futili nel vagone del suo treno: Adriano Meis. Vagava per l’Europa, viaggiava famelico, Adriano Meis, fantasticava sul suo passato, costruiva fittizie informazioni sulla sua vita: Mattia Pascal era finito, era deceduto lì nel mulino, ora più che mai. Solo, chiuso in se stesso, Adriano Meis cominciò ad avvertire un peso dell’anima, il peso dell’esser soli e vagabondi, il peso che si avverte quando ci si sente abbandonati e fuori dalla realtà. Si recò a Roma, l’uomo, dove trovò la compagnia di persone gentili, persone affabili e premurose: il vecchio Anselmo Paleari con cui si intratteneva giornate intere in conversazioni filosofiche, la signora Caporale, donna intricata e dalla personalità spiccata, difficilmente comprensibile, e poi Adriana, la dolce Adriana, antidoto a quella solitudine cronica, amore nascosto, cura silenziosa e timida. Adriano Meis non parlava mai del suo vissuto: non riceveva lettere, non aveva amici, non amava narrare di sé, perché di vero nella sua storia non c’era nulla. Trascorreva serate in compagnia delle due donne, sul terrazzo, a scambiare intensi sguardi con la giovane ragazza che trasmettevano più di infinite inutili parole.

Le anime hanno un lor particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impicciate nel commercio di parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali.

Si dedicò agli altri, a lenire dure dinamiche familiari che scoppiarono violente al ritorno del genero del Paleari, il Papiano, uomo schivo e prepotente, a tratti insicuro ma dall’indole balorda. Rovinò la sua tranquillità, quell’essere senza scrupoli, e Adriano Meis riprovò la difficoltà devastante nel mentire, quella repulsione alla sua condizione precaria. Capì di non poter rivelare la verità, capì di avere le mani legate, di non poter amare davvero Adriana, perché le labbra che l’avevano baciata erano quelle di un morto, erano solo quelle di un’ombra.

Io sono ancora vivo per la morte e morto per la vita. [..] L’ombra d’un morto: ecco la mia vita.. [..] Ecco quello che restava di Mattia Pascal, un morto alla Stia: la sua ombra per le vie di Roma. Ma aveva un cuore, quell’ombra, e non poteva amare.

Anche Adriano Meis doveva morire. Di lui rimasero solo un cappello e un bastone, lì, sul ponte, quella notte. Mattia Pascal riprendeva vita, si rimpossessava della sua esistenza, scalciava dentro e non poteva fermarsi. Resuscitò, tornò al suo paese natale, Miraglio. Toccò di nuovo con mano i cari, si vendicò apparentemente dei dispiaceri passati, e tornò nella vecchia biblioteca a scrivere di sé.

Una biografia di un uomo. O di due?  Una storia che colpisce, un’avventura che stordisce, un viaggio che anima le ossa in profondità. Rimane da chiedersi se davvero Mattia Pascal sia stato travolto dagli eventi e ne abbia tratto piacere e sofferenza, o se egli  aveva il bisogno di sentirsi un altro, di spogliarsi delle sue responsabilità e afflizioni per rinascere altrove; è morto per gli altri, o anche per se stesso? È rinato per gli altri, o per se stesso? E un’ultima domanda rimane aperta nella mente del lettore: chi è, chi è stato, chi mai sarà Mattia Pascal?

Arianna Desideri

About The Author

Arianna Desideri

Laureata in Storia dell’arte all’Università di Roma "La Sapienza" con una tesi dal titolo "Le pratiche artistiche nello spazio urbano. Roma negli anni Settanta". Fondatrice di Uragano elettrico, gestisce anche un profilo Instagram per la divulgazione dell'arte contemporanea. / email: angiedesideri@gmail.com / IG: @la.flaneuresse

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published.