Chissà che faccia fecero le donne borghesi quando nel 1856 uscì Madame Bovary. Quella storia appassionante, dapprima messa sotto processo per oltraggio alla morale, poi letta e acclamata in tutta Europa, era forse un riscatto femminile possibile? Oppure era, forse, l’ennesima condanna alla monotonia, scandita dai rintocchi di una celata sottomissione? La via di fuga o il morso di una catena in una società stereotipata, dominata da una classe borghese che, elevatasi ad un potere economico indiscutibile, prendeva il posto dell’aristocrazia settecentesca, simbolo di vanità e lussuoso ozio. Che spazio c’era per una donna intraprendente, desiderosa di inseguire le proprie fantasie, lontane da uno rigido schema familiare inflessibile?

Per questo Emma, la signora Bovary, arrivò a odiare, nel profondo delle sue viscere, la sua bambina, Berthe, che altra colpa non aveva se non di essere donna. Donna come lei, destinata ad un futuro di lavoro a maglia, gestione della casa e cura del marito, senza alcuna possibilità di riscatto per sé e per il proprio genere.

Desiderava un maschio, sarebbe stato forte e bruno; […] e in questa idea di avere un figlio maschio c’era come la speranza di una rivincita su tutte le sue passate frustrazioni. Un uomo, almeno, è libero […]. Una donna ha continui impedimenti. Inerte e flessibile allo stesso tempo, ha contro di sé le debolezze della carne e la sottomissione alla legge

Emma non ci stava. L’immaginario nella sua mente – animato da feste, colori, amore e passioni travolgenti, di quelle che ti lasciano con il cuore sospeso a metà – collideva con un’insostenibile realtà di campagna, in cui luoghi e incontri sembrano ripetersi immutati come una cantilena interminabile; infatti “essendo di temperamento più sentimentale che artistico, cercava emozioni e non paesaggi”. Emma sognava Parigi, le grandi feste, la mondanità e la vanità.

 Che facevano loro adesso? In città, con il rumore delle strade, il brusio dei teatri, lo splendore dei balli, conducevano esistenze che allargano il cuore e fanno sbocciare i sensi. Quanto a lei, la sua vita era fredda come una soffitta con il lucernario a nord, e la noia, ragno silenzioso, tesseva la sua tela nell’ombra, in ogni angolo del suo cuore

L’amore di Charles non le bastava. Avere una modesta casa non le bastava. Mossa da un profondo senso di insoddisfazione, Emma non ebbe occhi per guardare: suo marito l’amava, riservava timide carezze alla sua pelle fredda, ma lei si destava infastidita. Quell’uomo normale mandava in tilt tutte le aspirazioni di fama e grandezza che possedevano la sua indole.

[…] Lui non insegnava niente, non sapeva niente, non desiderava niente. Egli la credeva felice, mentre lei gli serbava rancore per quella calma così posata, per quella serena pesantezza e perfino per la felicità che lei gli procurava

Sotto l’inganno e le bugie, la signora Bovary ricercò quella passione da vero romanzo nei suoi amanti (Rodolphe, Leon e il Visconte)  accecata dalla ricerca di quel pizzico di follia la cui mancanza così la abbatteva. Ma Rodolphe, uomo ricco e frivolo, accolse i suoi baci in una nube di apparente affetto sotto cui, in realtà, si celava una sprezzante indifferenza. Ma Leon, apprendista notaio, venuto a contatto con ambienti mondani e sofisticati, presto ne ebbe abbastanza della donna follemente innamorata. Ma il Visconte non seppe che regalarle solo un valzer sfrenato in una notte di festa. Solo Charles pianse la sua morte. Solo Charles le restò accanto negli ultimi attimi di agonia e fece di tutto, nonostante una disarmante povertà, per farle avere una cerimonia funebre degna del suo stile. Solo Charles, trovata l’intera corrispondenza della moglie con i suoi amanti, la perdonò nel ricordo dei loro attimi di serenità a Yonville e Tostes. Ma Emma non lo amava.

Anche nel gesto estremo dell’avvelenamento, quando la donna si precipitò da Homais, il farmacista del paese, e di nascosto ingerì dell’arsenico, non pensò al dolore del marito. Oppressa da difficoltà economiche, dopo l’ennesimo rifiuto dei suoi amanti, Emma decise di porre fine a quei desideri e voluttà che le comprimevano il cuore. Nemmeno per un fugace attimo considerò che la sua famiglia avrebbe affrontato, alla sua morte, l’infinita mole di debiti che lei stessa aveva accresciuto negli anni, comperando stoffe pregiate e oggetti di valore – rincorrendo quella vita ideale in cui si proiettava.

Ormai l’aveva fatta finita, pensava lei, con tutti i tradimenti, le bassezze e gli innumerevoli desideri che la torturavano. Ora non odiava nessuno; un confuso crepuscolo calava sui suoi pensieri e, di tutti i rumori  della terra, Emma sentiva solo il lamento intermittente del suo povero cuore, lento e indistinto, come l’ultima eco di una sinfonia che si allontana

Per Gustave Flaubert il suicidio di una donna borghese, che sovvertiva regole sociali condivise, fu funzionale a non creare eccessivo scalpore. Già aveva trattato di adulterio, tema tabù della sua epoca: di certo non poteva permettersi di far trionfare la sua protagonista in un finale che provava un’eventuale rettitudine morale dei suoi comportamenti. Ma indubbiamente, tra le righe, l’autore ci lancia il messaggio chiave che, evidentemente, certi schemi dovevano essere rivisti e corretti.

Arianna Desideri

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Arianna Desideri

Fondatrice di Uragano elettrico, 21 anni, studentessa di Storia dell’Arte all’Università Sapienza (Roma). Crede ancora nella potenza dell’arte e della scrittura nell’era digitale. Il Museo d’Orsay di Parigi è la sua futura casa, Virginia Woolf, Van Gogh e Pirandello sono la sua famiglia.

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