Quante volte v’è capitato di guardarvi allo specchio e notare un particolare del vostro volto mai considerato prima di quella fugace occhiata? Quante volte v’è capitato di camminare per strada e improvvisamente scorgere una figura in un casuale specchio, una figura che siete proprio voi, ma che riconoscete solo dopo un freddo attimo di sconcerto? Pirandello indaga a fondo quella frazione di secondo in cui noi non siamo noi.

Una mattina Vitangelo Moscarda si osservava allo specchio. Sua moglie, Dida, gli fece considerare un aspetto del suo naso che egli non aveva mai preso in considerazione:  “Non vedi? Pende un po’ a destra”. E da quel preciso momento si moltiplicarono in lui interrogativi esistenziali che sfociarono nella pazzia. Una pazzia che, però, racchiude una verità sconcertante, risultato di addizioni di piccoli segreti vitali da lui captati.

Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere. […] Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io? […] Così seguitando sprofondai in un’altra ambascia: che non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi vedevano  […] Io non potevo vedermi vivere

Quante volte vi siete immaginati da un’altra prospettiva, guardando i vostri gesti e movimenti come da una telecamera esterna?  Ma non possiamo vederci vivere.  Gli altri possono. Allora, come ci figurano loro? Come noi crediamo? Non potremo mai saperlo. Perché la realtà, sostiene Pirandello, è diversa agli occhi di chi guarda.  E in questo relativismo finiamo con l’esser soli. Incredibilmente soli. Incredibilmente incompresi.

L’idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi per sempre estraneo, pur essendo in me

Crediamo di essere uno. Un uno tutto d’un pezzo, con peculiarità e attributi costanti. Ma se gli altri ci scrutano e ci plasmano in un modo che non possiamo controllare né prevedere, aggiungendo al nostro apparente uno qualità che non credevamo di possedere, allora siamo centomila. E se siamo sia centomila che uno, in un frenetico  divenire inarrestabile che ci forma a cambia – in modo che un attimo siamo così, in quello dopo colà – in realtà, non possiamo che non essere nessuno.

Riconoscete forse anche voi ora, che un minuto fa voi eravate un altro? Ma sì, ma sì, mio caro, pensateci bene: un minuto fa, prima che vi capitasse questo caso, voi eravate un altro; non solo, ma voi eravate anche cento altri, centomila altri. E non c’è da farne, credete a me, nessuna meraviglia.

Pirandello ci insegna a non fossilizzarci su un rigido schema che nel tempo costruiamo di noi stessi. Possiamo essere uno, in una precisa azione puntuale. Possiamo essere centomila, centomila estranei inconoscibili che pur siamo noi. Possiamo essere nessuno, come un flusso interminabile di contrasti che convivono creando una magia inafferrabile. Pirandello ci insegna a non giudicarci forse troppo se, anche di un millimetro, usciamo dalla considerazione statica che abbiamo di noi stessi. Ci invita ad abbracciare un tutto in continua evoluzione lasciandoci invadere ed arricchire di nuova luce.

Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.

È solo una delle tantissime verità riscontrabili in “Uno, nessuno, e centomila”quella che ho voluto portare nei vostri pensieri e che – credo e spero – stia rimbombando in voi con un’eco fortissima, come lo ha fatto in me, rivoluzionando il mio modo di percepire la realtà e me stessa. E vi lascio con l’augurio che, in compagnia di questo capolavoro, impariate a sentirvi nuovi:  unici, inesistenti ma infiniti. 

Arianna Desideri

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Arianna Desideri

Laureata in Storia dell’arte all’Università di Roma "La Sapienza" con una tesi dal titolo "Le pratiche artistiche nello spazio urbano. Roma negli anni Settanta". Fondatrice di Uragano elettrico, gestisce anche un profilo Instagram per la divulgazione dell'arte contemporanea. / email: angiedesideri@gmail.com / IG: @la.flaneuresse

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