Quante volte, durante un viaggio in treno, avete notato uno sconosciuto, proprio accanto a voi? E quante volte, notando il suo aspetto particolare e il suo sguardo assorto sul paesaggio che scorre alla vista, avete avuto l’istinto di chiedergli di raccontarvi cosa tanto lo turbasse?

Proprio in un vagone di un treno russo di fine ottocento si consumò la vibrante confessione di  Vasja Pozdnyšev, alla voce narrante di un giovane che non rivelerà mai il suo nome ma che, come noi, è animato da una curiosità logorante – nonostante interrompa con poche battute il monologo dello sconosciuto. Tutto comincia da una vana discussione di una donna, seduta nello stesso vagone, che sostiene ostinatamente che il matrimonio, celebrato volontariamente da due persone innamorate, è un’istituzione da preservare e incoraggiare. Al pensiero della giovane – assai innovativo per l’epoca – controbatte un vecchio – simbolo della mentalità russa diffusa – che afferma con modi sgarbati e rozzi che il matrimonio è solo un sacramento che ingabbia due individui in una convivenza forzata intrisa di rinunce, velata sopportazione e profondo odio reciproco. Le parole dell’anziano vengono recepite dagli ascoltatori come bestemmie. Si accende una discussione senza fine e, sdegnati, tutti i passeggeri cambiano vagone. Tutti tranne Pozdnyšev e il giovane.

Pozdnyšev sembra animato da un istinto irrefrenabile di raccontare la sua vita, le sue colpe, il suo atroce delitto. Episodi di un’esistenza travagliata scivolano sulla sua bocca e riecheggiano nell’ambiente vuoto e buio. Il ragazzo si chiude in un silenzio di ascolto. Pozdnyšev è stato un uomo di vizi, di scelleratezze e empietà sin dalla giovinezza. La sua purezza viene intaccata e sporcata dal suo primo incontro con una donna, una prostituta, a cui concede la sua verginità: da quel momento non riuscirà più ad avere un rapporto sano e sincero con l’altro sesso.

Ricordo che subito, ancora là, mi sentii triste, così triste che avevo voglia di piangere; di piangere per aver perso la mia innocenza, per aver rovinato per sempre i miei rapporti con la donna.

Vasja si scaglia contro i medici, con tono accusatorio e perentorio, perché inculcano nella testa delle famiglie e dei fanciulli che la soddisfazione dei bisogni corporei sia un bisogno e una necessità da non evitare ma da perseguire. Inizia così un circolo vizioso in cui il sesso maschile rincorre disperatamente fanciulle innocenti alla ricerca di appagamento sessuale. Fanciulle innocenti che non hanno altra occupazione se non quella di trovar marito, spinte dalle madri ad essere carne da macello nella vetrina di un’apparente matrimonio felice. Nella conquista, la donna sopperisce alla mancanza di diritti reali soggiogando l’uomo con lusso e sensualità. Accessori sfarzosi, abiti eleganti e scollati sono la loro unica arma – perché, non avendo veri mezzi di indipendenza e libertà, puntano, inconsciamente, sull’unico elemento a loro favore: appagare le voglie maschili.

Tutto il lusso della vita è richiesto e sostenuto dalle donne. Contate tutte le fabbriche. Una quantità enorme di esse produce ornamenti inutili, carrozze, mobili, giocattoli per le donne. Milioni di persone, generazioni di schiavi consumano la propria esistenza in questo lavoro forzato in fabbrica, per assecondare i capricci delle donne

Si potrebbe pensare che Tolstoj voglia evidenziare una  visione misogina di Pozdnyšev. In realtà il brillante segreto dietro le dure parole dell’autore non è il biasimo delle donne in quanto tali – infatti in alcuni punti sembra simpatizzare con loro e descriverle come vittime del sistema, ignare della loro persecuzione – ma come figure che sono parte integrante di un gioco di vizi e perversità che non porta all’innalzamento dello spirito ma ad una tensione dell’anima continua. Un logorio che porta all’esasperazione sia Pozdnyšev che sua moglie, persi in un susseguirsi di passioni sfrenate, indifferenza, discussioni violente e gelido odio. Una pazzia ed una provocazione continua che porteranno l’uomo al folle delitto della moglie. Un omicidio come liberazione, senza rimorsi né colpe, al solo sospetto dell’adulterio.

Probabilmente Tolstoj ci mise molto di sé. Quando si sposò  nel 1862 con Sof’ja Andrèevna  dopo appena una settimana di fidanzamento. La moglie, con la sua persuasione, fu decisiva in molte occasioni – come nella pubblicazione stessa de “La sonata a Kreutzer”, sotto accusa da parte della Chiesa – ma la loro convivenza travagliata e tormentosa contribuì a quell’inquietudine spirituale che animava lo scrittore. Quella tribolazione che lo portò alla sua rivoluzione morale, di cui questo racconto è un lampante esempio. La soluzione al male coniugale – e, in generale, all’amore impuro – è la castità. Castità non come ideale impossibile da raggiungere, ma come realtà effettiva da perseguire; un Tolstoj così diverso da quello che in gioventù si recava nelle sale da gioco e nelle case di tolleranza.

Pozdnyšev uccise sua moglie. Tolstoj, dopo aver scoperto che la moglie frugava nei suoi effetti personali, stanco e ormai saturo di conflitti, scappò la notte del 28 ottobre 1910 e non fece più ritorno a casa. Viaggiò su treni di terza classe. E chissà che non abbia raccontato la sua storia ad un giovane dalla silenziosa curiosità.

Arianna Desideri

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Arianna Desideri

Fondatrice di Uragano elettrico, 21 anni, studentessa di Storia dell’Arte all’Università Sapienza (Roma). Crede ancora nella potenza dell’arte e della scrittura nell’era digitale. Il Museo d’Orsay di Parigi è la sua futura casa, Virginia Woolf, Van Gogh e Pirandello sono la sua famiglia.

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