Provo un certo imbarazzo nell’esprimere la vera essenza di Anna Karenina di Tolstoj. È quel senso di pudore e leggera tristezza che ti assale alla fine di storie interminabili, racconti di vite che ti sembra di conoscere da sempre ma che, eppure, non hai mai considerato potessero essere così straordinariamente stupefacenti, personaggi come veri compagni a cui hai avuto l’impressione di stringere la mano e che popolano la tua fantasia quanto la tua apparente realtà. È quel senso di eterna incompletezza razionale che ti porta ad essere consapevole che non si potrà mai considerare ogni aspetto di questa opera ma che, se si facesse, si scriverebbero pagine e pagine considerando, in realtà, sempre e un solo grande tema: l’amore – in tutte le sue incommensurabili sfaccettature.

L’amore come forza motrice e condanna

Anna Karenina, come qualsiasi altra donna del diciannovesimo secolo, vive tra la forte repulsione per suo marito e la rassegnazione che non può esserci un differente destino. Ma, in una quotidianità stracolma di apparenze e convenevoli rituali, ad Anna viene fatto dono dell’amore. Amore come motivo e scopo di ogni azione, come scintilla e fiamma di ogni pensiero. Quel sentimento per il conte Vronski, appassionante e straziante, che sarà la sua forza motrice quanto il coltello che reciderà ogni legame con una società di perfetti benpensanti, che non tarderanno a giudicarla come un’adultera dall’anima irrecuperabile al cospetto di Dio. Donna volubile e spesso incoerente, frustrata da continui interrogativi sulla presunta infedeltà dell’amante, non smetterà mai di tormentarsi. Sarà stata forse, ella stessa, incredula di quel miracolo che le ardeva nel petto? Una follia d’amore che non la abbandonerà mai, nemmeno quando, oppressa dal pensiero fisso che il suo Vronski non nutrisse più per lei l’affetto d’un tempo, si buttò sotto un treno alla stazione, convinta di preservare così il ricordo di un amore che  fu delizia e delitto.

L’amore come salvezza e riscatto

Sin da giovane, quando si recava in visita a casa degli Scerbatski, Levin sentiva di acquisire giorno dopo giorno una disposizione morale ed emotiva entusiasmante e contagiosamente positiva – aspetto che, per la sua natura scontrosa e burbera, era un’estrema novità. E quando vide gli occhi della sua Kitty, figlia minore dell’illustre principessa, brillare al solo pensiero di un altro uomo, i suoi buoni propositi si frantumarono inesorabilmente. Assorto in meditazioni che lo rinchiudevano in una gabbia da cui non uscire mai – se non per poche battute con la vecchia allevatrice Agafia Micaelovna – Levin si occupava della sua tenuta in campagna animosamente, riversando i suoi dubbi esistenziali nella fatica del lavoro, seppellendo i suoi sentimenti sotto una solido strato di terra. Ma quando scoprì che Kitty era stata rifiutata da Vronski che, invaghitosi dell’affascinante Anna, era partito per non ritornare, e quando la vide lì, nella sua carrozza nel bel mezzo della campagna all’alba, non poté che non esser vinto da quell’amore che lo aveva accompagnato per tutta la sua misera esistenza – che mutava straordinaria, invece, al solo pensiero della donna. È il segreto della tenerezza, della comprensione, il segreto dei due amanti, sereni e quieti nella loro realtà di campagna. È l’amore come salvezza, quella sfumatura che Tolstoj mai riuscì a carpire – ma a cui sempre aspirò – nel suo rapporto con la moglie e che, attraverso i due personaggi, ci descrive con immagini quasi commoventi quanto semplici.

Questi sono solo due dei molteplici aspetti presentati da Tolstoj dell’irresistibile moto dell’animo umano. Ogni pagina di Anna Karenina è intrisa di calore: dall’indifferenza e disprezzo mascherati sotto il falso sacramento del matrimonio – come l’apparente affetto di Stefano Arcadievic per sua moglie Dolly o il soffocante vincolo di Anna a suo marito Alessio Aleksandrovic – all’amore come rivelazione della fede – i dubbi esistenziali e religiosi di Levin che si dissolvono con l’irrazionale comprensione che il bene proveniente da Dio è l’unico scopo di una vita apparentemente vuota – dall’amore per una vita semplice – tipica del contadini che Tolstoj ama dipingere come primi benefattori dell’umanità, dediti al lavoro e con un grande cuore – all’amore per il proprio nome – obiettivo di ogni famiglia altolocata, ossessionata dal raggiungimento di una reputazione pulita. L’amore di Tolstoj è un mutevole essere dalle mille facce, ognuna delle quali, però, si origina da una medesima radice: il dolore. Una sofferenza che può trasformarsi, a seconda degli intenti, in un arma letale o in una dolce culla.

Ciò che più meraviglia è come questo lungo romanzo possa intitolarsi con il nome di una sola protagonista. Al solo ricordo fuggevole della lettura sento la mente riempirsi di così tanti e grandiosi volti e storie che mai riuscirei ad unificarli sotto comune denominatore di Anna Karenina. Ma se Tolstoj optò proprio per questo titolo, un motivo pur ci sarà…

Arianna Desideri

About The Author

Arianna Desideri

Laureata in Storia dell’arte all’Università di Roma "La Sapienza" con una tesi dal titolo "Le pratiche artistiche nello spazio urbano. Roma negli anni Settanta". Fondatrice di Uragano elettrico, gestisce anche un profilo Instagram per la divulgazione dell'arte contemporanea. / email: angiedesideri@gmail.com / IG: @la.flaneuresse

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