Ciò che inferno non è è un libro che inizia piano; il lettore entra in punta di piedi nel mondo di Federico, di Don Pino, di Lucia, poi la storia inizia a ingranare e a girare sempre più velocemente, fino a che non diventa un ballo vorticoso e allora non si può far altro che danzare con lei.

“Io questo libro non volevo nemmeno scriverlo, non mi chiedete perché è venuto così bene perché non lo so.” È questa una delle prime frasi che pronuncia l’autore alla presentazione del libro qui a Roma, quasi lui stesso sorpreso del risultato.

Ed è proprio vero, questo libro ha qualcosa in più rispetto ai due precedenti, ne sono convinta anche io che a quattordici anni avevo, oltre ai miei genitori, tre figure di riferimento: John Keating, Cesare Pavese e Alessandro D’Avenia: un personaggio inventato, un uomo morto suicida a soli quarantadue anni e uno scrittore vivo e vegeto che incanta chi ascolta non appena apre bocca.

Nel frattempo sono cresciuta, di anni ne ho quasi diciannove, molti altri nomi si sono aggiunti alla lista delle figure di riferimento, ma i libri di Alessandro D’Avenia sembrano crescere con me.

La scuola è finita. A Palermo, la città “tuttoporto”, iniziano le vacanze fatte di sole, di tuffi e di sogni.     Ma questa è un’estate diversa per Federico “il poeta”,  un diciasettenne fatto di parole e d’aria, perché il professore di religione, Padre Pino Puglisi, gli ha chiesto di dargli una mano con i bambini del suo quartiere: Brancaccio, quel quartiere che, in parte, aveva  esultato per la morte di Giovanni Falcone.

Federico sta per andare in Inghilterra dove trascorrerà un mese studiando l’inglese, ma prima di partire accetta l’invito del sacerdote.

La prima volta a Brancaccio Don Pino gli presenta Lucia, che gli insegna a non giudicare senza sapere e a non dare per scontato quello che ha.Lucia è forte. Lucia è reale. Lucia non fugge. La seconda volta Federico torna a casa senza bicicletta e con un labbro spaccato. Senza certezze e con un’amarezza che nessun’altro capisce. Senza poesie in cuore e con l’inferno attaccato addosso.

E’ così che “il poeta” si rende conto che“ più che attraversare il mare è duro restare e resistere a terra, senza rinunciare alla vastità che il mare ti ha ficcato nel cuore.”.

Don Pino guida Federico per le strade di Brancaccio, lo fa con le sue scarpe grandi e piene di passi, con il suo sorriso calmo di chi “ si sente a casa nella tempesta”, e con i suoi occhi, quegli occhi che guardano attraverso. Don Pino insegna a Federico e ai suoi bambini a distinguere l’inferno da ciò che inferno non è.

“Inferno è perdere anche la capacità di amare”

“Inferno è Maria madre a sedici anni, prostituta a ventidue.

Inferno è Salvatore che ha poco pane per i suoi figli e per la vergogna quel poco se lo beve.

Inferno sono vie senz’alberi e scuole e panchine su cui parlare.

Inferno sono strade da cui non si vedono le stelle, perché non è concesso alzare gli occhi.”

Don Pino invece insegna a tenere la testa alta.

Perché a Brancaccio, insieme a lui, ci sono Lucia, Totò, Maria, Francesco e Serena, ma anche Nuccio, Il Cacciatore e Madre Natura; a Palermo insieme alla chiesa dello spasimo c’è il cemento dei palazzi popolari, insieme al blu del mare c’è il rosso del sangue, insieme al grano cresce la zizzania. Ma l’inferno è ovunque, a Roma, a Milano, a Firenze come a Palermo, nessuno di noi ne è al di fuori, ed infatti ad una ragazza dalla voce tremante, D’Avenia risponde: “ma vedi, Alice, in ogni uomo c’è un poco d’inferno, in me cresce grano e zizzania, in te cresce grano e zizzania, sta a noi saperli distinguere ed estirpare la zizzania.” L’uomo stesso e tutto ciò che lo circonda è inferno e ciò che inferno non è.

Inferno e non-inferno, le voci dei bambini e quelle dei mafiosi si alternano e D’Avenia utilizza per loro le stesse parole chiare, crude, terribilmente vere.

Quando arrivo quasi alla fine di questa danza vorticosa sono costretta a poggiare la matita verde con cui sottolineo i miei libri e lasciar libere le lacrime che già da una trentina di pagine mi pizzicano negli occhi. Perché lo sappiamo già tutti come va a finire: Don Pino Puglisi muore. Muore, con un sorriso che farà pentire il suo assassino, la sera del quindici settembre 1993, il giorno del suo cinquanteseiesimo compleanno per un colpo di pistola alla nuca sparato da Salvatore Grigoli, il “Cacciatore”.

Forse le grandi storie non sono quelle che ci fanno trasalire con un finale a sorpresa, né quelle che ci fanno sussultare per un imprevisto: le grandi storie, forse, sono le storie di cui conosciamo il finale, quelle che, nonostante ciò, non ci stanchiamo mai di ascoltare. Le grandi storie sono quelle in cui ci specchiamo e in cui ci riconosciamo, sono quelle che ci aiutano a distinguere grano e zizzania, sono quelle che ci mostrano lo straordinario nell’ordinario, l’infinito incastrato nella vita quotidiana anche se la vita quotidiana è inferno. Non dobbiamo però dimenticare che, quella che ci racconta Alessandro D’Avenia in questo libro, prima ancora di essere una grande storia, è una storia vera.

Marta Viazzoli

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Marta Viazzoli

Diciannove anni, studentessa di lingue, legge per sopravvivere e fotografa per non dimenticare. Curiosa, testarda e precisa cerca la verità con occhi impertinenti e mai stanchi. Si circonda di parole, ma apprezza il silenzio, ama il thé, le pozzanghere, i romanzi epistolari, i film francesi e le bolle di sapone. Ammira chi va in direzione contraria e chi sa tornare bambino. Spera che possiate leggervi tra le sue righe.

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