Un anno prima di morire, nell’86, Primo Levi ci affidò le ultime, essenziali riflessioni sulle pagine de “I sommersi e i salvati”. È una confessione a cuore aperto e a mente lucida  di quei terribili mesi a Monowitz-Auschwitz  – già raccontati in “Se questo è un uomo”, scritto subito dopo la liberazione del campo il 27 gennaio del 45 –  che sembra dunque raccogliere  i pensieri di una vita oltre che ad essere un’ultima analisi puntuale del post-Shoah, con i suoi interrogativi annessi, che solo un’anima storica come Levi poteva provare a risolvere o almeno a interpretare.
Tante sono le parole chiave che invadono queste pagine: sarebbe estremamente riduttivo rilegarle ad un semplicistico discorso generale, data l’estrema rilevanza che l’autore riserva loro; per questo passeremo in rassegna ogni singolo passaggio per non lasciarci sfuggire nulla delle sue preziose rivelazioni.

I testimoni

L’incubo ricorrente di ogni sopravvissuto ai campi di sterminio consisteva nell’ossessione di non essere creduto, nemmeno ascoltato. Tali erano le brutalità inflitte, la disumanità dimostrata, che a stento si sarebbe accolto solo il pensiero di quelle violenze così animalesche, impossibili anche solo da immaginare. Molti sapevano poco, pochi sapevano tutto. Quando l’incubo finì, Levi disse che non riuscì a provare né gioia né dolore: Filip Muller (Eyewitness Auschwitz – three years in the Gas Chambers) scrisse “per quanto possa sembrare incredibile, provai un completo abbattimento. Quel momento, su cui da tre anni si erano concentrati tutti i miei pensieri ed i miei desideri segreti, non suscitò in me né felicità né alcun altro sentimento”. I testimoni dovettero lentamente riacquisire la loro umanità, imparare di nuovo a sentirsi in sé. E non tutti ci riuscirono, molti come il filosofo Hans Mayer si suicidarono anni dopo – c’era un peso che gravava sulle loro coscienze, una voce martellante che ripeteva loro “perché sono vivo? Perché io e non altri?”, una vergogna lacerante, come la definisce Levi stesso. Perché i “salvati” non erano parte dei “sommersi”, non avevano toccato il vero fondo della brutalità dello sterminio, erano sopravvissuti a quella marea perché avevano in qualche modo collaborato. L’autore li definisce i “privilegiati”, quella classe che o era venuta a patti con il nemico, come i Kapo, o erano riusciti ad emergere grazie alle loro abilità personali – Levi era un chimico e, come lui stesso ammette, il non dover svolgere lavori pesanti e avere una doppia razione di cibo fu la sua salvezza materiale.

I salvati del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. […] Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo.

Da questa riflessione, dunque, emerge un monito potentissimo: non sempre bisogna ritenere sacri ed inviolabili i ricordi dei testimoni. E non solo perché questi non possono dare totale veridicità alla sofferenza estrema, ma anche per l’inevitabile effetto del tempo che, per ragioni diverse da applicare ai singoli casi, li rende sempre più stereotipati e racchiusi in formule. La memoria è “uno strumento meraviglioso ma fallace”, a cui non si può affidare il monopolio dell’interpretazione storica: c’è chi ha rimosso e sostituito traumi, chi è davvero sincero quando dice “non so, non ricordo” perché non ha permesso a quelle atroci azioni di depositarsi, c’è chi, come Eichmann, ha manomesso il senso e la finalità del suo operato inquadrandolo nella mentalità nazista. Una violazione che coinvolge sia oppressori che vittime, vittime che si sono dovute costruire “verità di comodo” per non accettare la cruda realtà. È bene dunque analizzare e selezionare, perché, come già accennato, la maggior parte dei testimoni appartiene alla “zona grigia”.

La zona grigia

Vi è una diffusa tendenza a interporre tra chi prevarica e chi subisce una sorta di spazio vuoto e inabitato che, proprio per la sua presenza, ci fa nettamente distinguere i “buoni” dai “cattivi”, i “nemici”  dagli “alleati”. Ma in questo caso è impossibile: quello spazio immaginario, la zona grigia, si è invece popolato di personaggi reali, concreti. Ciò che più stupiva e disarmava un nuovo arrivato nel campo – soprattutto i giovani, in cui questa polarizzazione tra bene e male è fortemente ricercata – consisteva nell’essere denudato, deriso e percosso proprio da uno dei “noi” che era diventato un “loro”. Numerosissimi furono gli ebrei che collaborarono con il progetto del Reich, la prova che la “sotto-razza” annientava se stessa:

Dietro questo armistizio si legge un riso satanico: è consumato, ci siamo riusciti, non siete più l’altra razza, l’anti-razza, il nemico del Reich Millenario: non siete più il popolo che rifiuta gli idoli. Vi abbiamo abbracciati, corrotti, trascinati sul fondo con noi. Siete come noi, voi orgogliosi: sporchi del vostro sangue come noi. Anche voi, come noi e come Caino, avete ucciso il fratello.

Per quanto Levi sarebbe stato “giustificato” dalla sua esperienza a sentenziare con profondo moralismo sulla storia di questi uomini “grigi e corrotti”, lui stesso vuole “invitare chiunque osi tentare un giudizio a compiere su se stesso, con sincerità, un esperimento concettuale”, provare a porsi nella stessa condizione di fame cronica, di fatica, di umiliazione, prima di esporsi.

Violenza inutile

L’aspetto forse più sconcertante e crudele del piano di sterminio nazista era l’implicazione di una violenza del tutto fine a se stessa. Gli ebrei, e le altre “razze inferiori”, dovevano essere annientate, ma “prima di morire, la vittima dev’essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della sua colpa. È una spiegazione non priva di logica, ma che grida al cielo: è l’unica utilità della violenza inutile”. La prima di una lunga lista era sicuramente l’estenuante viaggio verso la morte: più di 120 anime stipate in piccoli vagoni, private dei bisogni primari, in piedi abbandonate ad una lenta pazzia, disorientate. Levi racconta che nelle rare soste al confine le SS concedevano ai deportati una breve discesa prima di ripartire: ognuno cercava il proprio angoletto per nascondersi dagli altri, si defecava ovunque, in cerca di un prezioso momento di pudore; i tedeschi, dall’altra parte, guardavano gli sventurati pensando “gente come questa merita il suo destino, basta vedere come si comportano”. Arrivati al campo poi, dopo lo smistamento, avveniva il famoso rituale del marchiare con un numero le future vittime. Il tatuaggio era un chiaro simbolo di morte che continuava a ripeterti “questo è un segno indelebile, di qui non uscirai più”.

A distanza di quarant’anni, il mio tatuaggio è diventato parte del mio corpo. Non me ne glorio né me ne vergogno, non lo esibisco e non lo nascondo. Lo mostro volentieri a chi me ne fa richiesta per pura curiosità; prontamente con ira a chi si dichiara incredulo.

E poi, che senso aveva portare sulla soglia della distruzione chi era già ad un passo dal lasciare la vita? Sarebbe stato più “economico” uccidere gli anziani nel proprio letto. Ma nemmeno questo era concesso: se si doveva morire, bisognava farlo con una insostenibile agonia. E ancora, che senso aveva privare i prigionieri di un semplice cucchiaio per mangiare la zuppa, un utensile che spesso era barattato clandestinamente in cambio di cibo – quindi di salvezza – per poi scoprire, alla liberazione del campo, che esistevano enormi magazzini pieni zeppi di cucchiai d’argento di cui gli stessi ebrei erano stati privati dalle loro valigie? E soprattutto, che senso avevano gli esperimenti di Joseph Mendele ad Auschwitz, il porre in camere di compressione un povero malcapitato, fino a vedere a che altitudine il sangue cominciava a bollire? Una prova che si sarebbe potuta verificare tranquillamente in laboratorio con del sangue in provetta.

Stereotipi

Lunghi anni di lucida riflessione sugli effetti catastrofici che hanno interessato la sua vita –  e una delle pagine più sanguinarie della storia del Novecento –  hanno portato Levi a maturare la netta convinzione che certe esperienze ed episodi, allo scorrere del tempo, sono sempre meno compresi, a causa della nostra tendenza di contemporanei a trasferire erroneamente il nostro punto di vista su eventi passati, perché “i giovani d’oggi sentono la libertà come un bene a cui non si deve in alcun caso rinunciare: non si può farne a meno, è un diritto naturale ed ovvio, e per di più garantito, come la salute e l’aria che si respira”. L’autore infatti vuole rispondere a tre domande che più frequentemente gli sono state sottoposte, per scardinare ogni obiezione che spesso –ingenuamente o ciecamente – la nostra generazione pone ai testimoni.
Perché non siete scappati? Levi racconta di un bambino che, sentendo il suo racconto, gli chiese di disegnare dettagliatamente alla lavagna la pianta del campo. A schizzo terminato, il piccolo gli indicò furbamente le vie che avrebbe potuto percorrere per fuggire via; gli disse: “se le dovesse capitare un’altra volta, faccia come le ho detto: vedrà che riesce”. Questo è il lampante esempio di come la nostra immaginazione corrente sia alimentata da libri, film e miti approssimativi. Come poteva, un uomo vestito di stracci, costantemente attaccato al bisogno impellente di sopravvivere, che conosceva a stento la vastità della struttura, con scarsa – se non nulla – possibilità di movimento, con rumorose ciabatte di legno ai piedi, almeno pensare di scappare? E se poi, superati i controlli, le recinsioni, i fossi, si fosse riusciti ad essere finalmente liberi, uno straniero non avrebbe saputo in che direzione vagare, un ebreo era consapevole che nessuno avrebbe dato lui ristoro o protezione alcuna. Una volta, una donna, una certa Mala Zimetbaum, riuscì ad evadere corrompendo una SS a darle la sua uniforme. Fu trovata poco dopo, portata sul patibolo pubblico in attesa di un’esecuzione che sarebbe valsa da monito alle altre. Prima di morire, però, Mala estrasse una lametta nascosta, si tagliò le vene e diede uno schiaffo con la mano insanguinata al suo boia: un atto inaccettabile realizzato da una donna, da un’ebrea, da una fuggitiva. Ma questi furono episodi più che isolati, al limite del possibile.
Perché non vi siete ribellati? Un’altra domanda che presuppone una scarsa immedesimazione. È vero, gli ebrei erano in numero nettamente superiore ai tedeschi, avrebbero potuto farlo: siamo consci, però, che la storia non si costruisce con i se e con i ma. La rivolta era un’opzione decisamente anacronistica e improbabile anche solo da immaginare.

Il “prigioniero tipico, quello che costituiva il nerbo del campo, era al limite dell’esaurimento: affamato, indebolito, coperto di piaghe e quindi profondamente avvilito. Era un uomo straccio, e con gli stracci, come già sapeva Marx, le rivoluzioni non si fanno nel mondo reale, bensì solo in quello della retorica letteraria o cinematografica”.

Perché non siete scappati prima? Una questione a cui noi moderni guardiamo con un certo interesse, dove nella nostra mente si figura il disegno di un’Europa unita. Ma all’epoca, specie alla vigilia della guerra, i Paesi esteri rappresentavano una grande nube di oscurità, mentre la patria era come un cantuccio sicuro di cui si conoscevano le dinamiche. Emigrare era una scelta rischiosa, se non difficile,  in quanto, in qualsiasi Stato ci si muovesse, bisognava assicurare che qualcuno fosse tuo garante ed era richiesta un’ingente somma di denaro che non tutti disponevano.

I “sommersi e i salvati” ci offre un’altissima opportunità per riflettere  profondamente sulla Memoria, tema soggetto sempre più a banalizzazioni e che rischia, anno dopo anno, di scomparire dietro cliché improduttivi. Levi afferma che “al futuro siamo ciechi, non meno dei nostri padri”: è quindi di vitale necessità imparare a captare i segnali che potrebbero portare la Storia a ripetersi nel suo circolo vizioso.

 È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà; è poco probabile che si verifichino di nuovo, simultaneamente, tutti i fattori che hanno scatenato la follia nazista, ma si profilano alcuni segni precursori. La violenza, “utile” o “inutile”, è sotto i nostri occhi. […] Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo.

Arianna Desideri

About The Author

Arianna Desideri

Fondatrice di Uragano elettrico, 21 anni, studentessa di Storia dell’Arte all’Università Sapienza (Roma). Crede ancora nella potenza dell’arte e della scrittura nell’era digitale. Il Museo d’Orsay di Parigi è la sua futura casa, Virginia Woolf, Van Gogh e Pirandello sono la sua famiglia.

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