Quando si affronta il metodo di un artista è consuetudine partire dalla vita, dalla nazionalità, dalla famiglia. Talvolta questa scelta risulta un attentato all’immaginazione e in mancanza di questa non si può comprendere il lavoro di Marina Abramovic o di un qualsiasi artista concettuale. E’ più coinvolgente scontrarsi con un momento produttivo dell’artista…

Al termine del suo corso presso la fondazione Antonio Ratti (Como), Marina Abramovic si cimenta in una performance che vede l’artista collocare all’interno di una nicchia delle panche su cui sono disposti dei cappelli dalla forma conica e in diverse tonalità. Sono i cosiddetti ‘’energy clothes’’. L’ultima, e quindi la più totalizzante espressione del tema riguardante l’Energia. Figurano anche scarpe in quarzo, cuscini in malachite e sedili sopraelevati con inserti in pietra. Tuttavia il cappello risulta il caso di energy cloth più esplicativo del ‘’Metodo Abramovic’’. Una volta indossato, l’equilibrio richiesto dall’altezza dello strumento impone al soggetto un’immobilità meditativa. E’ proprio la sua scomoda altitudine che rievoca tutte quelle strutture elevate sopra la dimensione (fisica) del corpo. Ora il fisico si associa alla struttura del cappello mediante una tensione energetica che corre dall’alto verso il basso. E’ pura volontà di mantenere l’equilibrio. Desiderio di coesione strutturale. E in questo grido silente si concentra lo spirito umano. Dove c’è equilibrio c’è la forza comunitaria dell’uomo. Marina intende così sperimentare nuovi stati di ricezione con l’individuo attraverso quell’energia meditativa che è il pensiero umano. La sintesi uomo-energia è sempre stata il nucleo concettuale del suo Metodo. Il successo dell’Abramovic risiede nella sua fedele indagine personale. L’artista non ha mai abbandonato il fine ultimo del suo Metodo, limitandosi a modificarne la tecnica ma non la natura originaria della performance. E’ stata pittrice, fotografa e artista concettuale. Infine performer.

Marina Abramovic nasce a Belgrado nel 1946.
Attiva nella body-art.
Esploratrice culturale.

Articolo di Matteo Spinelli

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