Quella che Heidegger definì la “società occidentale inautentica”, Pirandello spese inchiostro su inchiostro per delinearla nelle sue più velate accezioni. E ancor non si sa dire chi meglio di lui l’abbia descritta nella sua follia, nel suo scorrere frenetico che non lascia altra via d’uscita che perire. Il dispiegarsi e l’evolversi delle lacere dinamiche di una società apparentemente ottimistica e volta al progresso, trovano la loro massima espressione in una delle sue opere meno note – ma non per questo meno importante – Quaderni di Serafino Gubbio operatore (1916)

Avanti! Avanti perché non s’abbia tempo né modo d’avvertire il peso della tristezza, l’avvilimento della vergogna, che restano fuori, in fondo. Fuori, è un balenio continuo, uno sbarbaglio incessante: tutto guizza e scompare.

Nella società inautentica di inizio 900, il grande flusso vitale umano è sepolto sotto il ticchettio delle macchine, scandito dalla folle velocità che toglie il respiro. Vittima di questo assurdo gioco è Gubbio, operatore cinematografico, “la mano che gira la manovella”. Una mano impassibile, imperturbabile, un uomo a cui non è richiesto altro che annullarsi e tacere, divenire anch’esso macchina in un connubio disumanizzante – tanto che “con la manovella in mano, sono in realtà per loro una specie di esecutore”.

Mani, non vedo altro che mani, in queste camere oscure. […] Penso che queste mani appartengono a uomini che non sono più; che qui sono condannati ad esser mani soltanto: queste mani, strumenti. Hanno un cuore? A che serve? Qua non serve.

La stessa compagnia della Kosmograph –  nascente industria cinematografica –  e gli stessi attori non sembrano essere immuni all’incantesimo. Ma, mentre Gubbio ne è paralizzato, loro sembrano muoversi sulla scena come esseri febbricitanti, come se fossero loro gli stregoni, gli artefici e creatori di una finzione estasiante. È proprio grazie alla sua “mano che gira la manovella” che Serafino riesce a vedere la vera essenza di quella realtà alterata: gli attori non sono che uomini divorati dal successo, distrutti dalla loro stessa voracità, anch’essi vittime di un’euforia di latenti menzogne, pedine volontarie di un gioco che li porta a coprire il loro vero essere sotto una maschera di falsità – l’attrice Varia Nestoroff, femme fatal che ammalia e trae malcapitati amanti nella sua tela di seduzione spietata; il dottor Cavalena, vittima dell’ossessiva gelosia della moglie e che sempre si ripromette di cambiar vita, ma che mai riesce a liberarsi dalla sua trappola; Aldo Nuti, un uomo frivolo e inconcludente ma con sciocche manie di grandezza.

È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti, invece, per forza, i nostri padroni.

È questo il quadro che se ne ricava, dalle parole di Serafino: un dettagliato racconto ironico – e a tratti tragico – che può essere reso possibile solo attraverso il distacco che lo stesso operatore attua verso questi meccanismi ormai inceppati – “mi sono allontanato con orrore istintivo dalla realtà, quale gli altri la vedono e la toccano, senza tuttavia poterne affermare una mia. […] Guardo ormai tutto, e anche me stesso, come da lontano”.

Emblema della dilagante ossessione di grandezza e finzione è l’episodio sotteso all’intera storia, che rivela l’intima essenza del messaggio pirandelliano: la tigre nella gabbia. Il Polacco, direttore di scena della Kosmograph, è animato dall’impellente desiderio di girare la scena dell’uccisione della tigre. Una creatura ormai avvilita a cui Gubbio rivolge le più intime parole di verità: “l’India sarà finta, la jungla sarà finta, il viaggio sarà finto, finta la miss e finti i corteggiatori: solo la morte di questa povera bestia non sarà finta”. Nessuno se ne curerà perché nessuno più distingue la realtà dalla finzione. Un’anima innocente verrà sacrificata per pura velleità.
Ma sarà la tigre a trionfare: sotto gli occhi increduli degli spettatori, sbranerà il carnefice. Sbranerà l’apparire. Sbranerà il finto cacciatore in una finta giungla come atto finale. Serafino sarà sempre lì, a girare la manovella, testimone di come quel mondo inautentico possa essere fagocitato o di come questo si distrugga da sé nel suo circolo vizioso.

Ah, che dovesse toccarmi di dare in pasto anche materialmente la vita d’un uomo a una delle tante macchine dall’uomo inventate per sua delizia, non avrei supposto. La vita, che questa macchina s’è divorata, era naturalmente quale poteva essere in un tempo come questo, tempo di macchine; produzione stupida da un canto, pazza dall’altro, per forza, e quella più e questa un po’ meno bollate da un marchio di volgarità.

Nonostante tutto, però, nulla cambierà in meglio – anzi, Gubbio, dopo il “fatto atrocissimo”, non riuscirà più a parlare, “la voce, dal terrore, mi s’era spenta in gola, per sempre”. Dalla rassegnazione di Serafino emerge tutto il peculiare pessimismo pirandelliano – visione che, però, non si sottrae ad una lucida analisi delle contraddizioni del reale.
Basterebbe fare un passo in più: gettare via la manovella, trasformarsi nella tigre fagocitante.

Arianna Desideri

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Arianna Desideri

Fondatrice di Uragano elettrico, 21 anni, studentessa di Storia dell’Arte all’Università Sapienza (Roma). Crede ancora nella potenza dell’arte e della scrittura nell’era digitale. Il Museo d’Orsay di Parigi è la sua futura casa, Virginia Woolf, Van Gogh e Pirandello sono la sua famiglia.

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