Oltre l’obiettivo – Robert Capa

Robert Capa resta nella storia il più grande fotografo di guerra. Ha partecipato e documentato ben cinque diversi conflitti tra cui la Guerra civile spagnola e la Seconda guerra mondiale. È fondatore di Magnum, la prima cooperativa di fotografi indipendenti. Un uomo che saputo intrecciare indissolubilmente storia, fotografia e vita.

 Se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino

Quando Endre Friedmann nacque a Budapest nel 1913 ancora non sapeva quale sensazionale viaggio sarebbe stata la sua vita. Non sapeva che la sua casa sarebbe stata ovunque i suoi piedi avessero poggiato e ovunque la sua fotocamera avesse rubato un respiro inaspettato. Coinvolto nella sua città in una manifestazione contro il governo di estrema destra, è costretto a lasciare l’Ungheria a soli 17 anni. Inizia allora il suo interminabile esodo. Berlino, capitale della cultura nei primi decenni del 900, lo abbraccia nel suo ventre dinamico per poi rigettarlo pochi anni dopo. Infatti nel 1933, per un ungherese – per giunta ebreo – come Friedmann l’unica soluzione è quella di scappare. Trova rifugio a Parigi, città ospitale che gli permette di crearsi una sperata – seppur fragile – tranquillità. Frequenta il famoso caffè di Montparnasse, meta di molti rifugiati e rivoluzionari. Stringe un’indissolubile amicizia con Henri-Cartier Bresson  e David Szymin (successivamente noto come Seymour) e conosce anche una giovane ragazza, Gelta Pohorylle, polacca, dall’indole decisa e determinata.

Parigi

Nel 1935, dopo una tormentata e complicata frequentazione, Gelta e Endre si innamorano. “Non sono mai stato così felice”, scrive. Abitano in un piccolo appartamento vicino alla Torre Eiffel e cercano di vivere della loro arte: la fotografia. Ma quanto avrebbero potuto vendere due rifugiati, oltretutto ebrei?  Da questa esigenza nascono i due grandi pseudonimi: Robert Capa, dal famoso regista dell’epoca Frank Capra, e Gerda Taro, dalla grande Greta Garbo. Due nomi che avrebbero assicurato la loro fortuna, perché così familiari, innocenti ma allo stesso tempo dall’aria di affidabile invincibilità. “Se qualcuno avesse inventato un personaggio come Robert Capa, avrebbe detto che la persona perfetta per interpretare quel ruolo sarebbe stata Robert Capa” , disse il fotografo Burt Glinn; così è stato.

La Guerra civile spagnola

Nel 1936, spinti dall’irrefrenabile istinto di cercare azione, movimento e di sentire addosso l’anima del mondo, si recano a Madrid per documentare la Guerra civile spagnola. Immortalano istanti di pura devastazione e terrore che passano alla storia. “Se pensi a tutte le buone persone che sono state uccise, inizi a sentire che, in qualche modo, è ingiusto essere ancora vivi”, dice Gerda.          Diventano inseparabili, collaborano  alla loro “Capa&Taro”, scattano e si spingono sempre oltre, vicino al limite, in trincea, per strada, tra le mine, per il gusto di vivere o, forse, morire per i propri ideali. Nella cittadina di Brunete, durante una sanguinosa battaglia tra repubblicani e nazionalisti, viene dato l’ordine di sgomberare la zona. Gerda resta immobile. Scatta le sue ultime foto mentre tutti corrono ai ripari dagli spari e dalle bombe.  Un carro-armato  fuori controllo la schiaccia. Dopo una lenta agonia, muore il giorno successivo. Capa lo viene a sapere in seguito, aprendo casualmente il giornale. È un colpo durissimo che lo segna per il resto della vita. Un anno dopo la sua morte decide di pubblicare Death in making (1938), una raccolta delle loro foto durante il conflitto.

La Seconda Guerra Mondiale

Ormai nemmeno Parigi è più un luogo sicuro. Dal 14 giugno del 1940 cade in mano dei Nazisti. Di nuovo senza un rifugio e senza compagnia, Capa emigra a New York.  La guerra è ormai lontana; ma riesce a scovarlo anche lì, lo raggiunge sempre, ovunque egli si trovi, come un monito della sua presenza oscura sulla terra. Allora decide di dichiarare spontaneamente di “odiare i Nazisti” e che la sua fotocamera sarebbe servita a qualcosa contro di loro. Ricevuto il visto, si unisce all’esercito americano in Tunisia. Scrive a Julia, sua madre: “Cara mamma, vorrei recapitarti il tuo regalo di compleanno, ma Rommel ci tiene ancora qui”. 7 mesi di fango, miseria, morte.  Documenta la tappa decisiva della Seconda guerra mondiale: lo sbarco in Normandia. La più pericolosa e coraggiosa operazione di sempre.  È nel primo convoglio a toccare terra: tanti, troppi cadaveri sulla riva. Un sopravvissuto, Walter Bernstein, racconta che tra gli scoppi e il sangue gli si era avvicinato un ragazzo; ha iniziato a parlargli di Tolstoj come fosse il discorso più naturale e pertinente da tenere al momento. Parlò, sorrise, e scomparse nel fumo. Solo in seguito capì che era il “grande fotografo della guerra”. Dei  145 negativi scattati da Capa se ne salvano solamente 11.

Liberata Parigi e ritrovati i vecchi amici Seymour e Cartier-Bresson, unitosi anche George Rodger, viene fondata Magnum, una cooperativa di fotografi indipendenti, ora uno dei punti di riferimento più prestigiosi in campo fotografico. Tra feste, vizi e gioco d’azzardo – Capa ne era fortemente appassionato – scopre molti talenti emergenti e lascia che questi si uniscano al progetto.

La Guerra in Vietnam

Ma la storia ancora fa irruzione nella sua vita: in pieno clima di Guerra fredda gli americani vogliono ritirare il suo passaporto statunitense. Inizia un periodo di angosciante preoccupazione per Capa. Paga 10 mila dollari per far ripulire il suo nome e si reca in Giappone per illustrare i suoi lavori fotografici. Da lì viene chiamato per documentare la Guerra in Vietnam. Ancora  follia, morte e devastazione. Tutto il dolore passato viene riportato alla luce – anche la morte di Gerda, mai dimenticata. Durante una spedizione, nel 54, viene intimato a tutti i soldati presenti di non scendere dal carro-armato. Capa, che aveva ben in mente l’immagine da fotografare e non voleva assolutamente rinunciarvi,  non ascolta l’ammonizione. Scatta l’ultima foto della sua grandiosa esistenza. Una mina scoppia sotto i suoi piedi. Al funerale, sua madre Julia disse: “Mio figlio non è un uomo di  guerra, ma di pace”.

Quando guardiamo le fotografie scattate da Capa ci sentiamo catapultati su quella strada, a correre via, in trincea con la paura cucita addosso, sentiamo il rumore delle bombe, nelle espressioni  di terrore e devastazione ritroviamo i nostri occhi; ma spesso ci dimentichiamo che Capa era lì. Capa era con quelle persone a fronteggiare la guerra, fianco a fianco,  mescolato al loro stesso ipotetico destino. Verrebbe da chiedersi: perché? Perché ritrovarsi volontariamente impantanati e incastrati nell’orrore e nel dolore? Evidentemente Robert Capa era più attaccato alla vita di quanto non lo fosse alla morte. La storia, sin dal suo primo respiro, era entrata prepotentemente a condizionare gli eventi della sua esistenza –  dal dover lasciare Budapest, Berlino, Parigi, dal veder morire Gerda – e tirarsi indietro non sarebbe stato possibile.  Allora decise di rincorrerla lui, la storia, di fagocitarla, di strapparle dei piccoli frammenti per l’eternità – come per dirle “eccomi”.

Fonti

American Masters – Robert Capa:  In Love and War (2003)

L’uscita della rivista Magnum della sua morte

Arianna Desideri

About The Author

Arianna Desideri

Laureata in Storia dell’arte all’Università di Roma "La Sapienza" con una tesi dal titolo "Le pratiche artistiche nello spazio urbano. Roma negli anni Settanta". Fondatrice di Uragano elettrico, gestisce anche un profilo Instagram per la divulgazione dell'arte contemporanea. / email: angiedesideri@gmail.com / IG: @la.flaneuresse

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