Oltre l’obiettivo – Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson è stato al centro della scena internazionale fotografica del ventesimo secolo. Fondatore dell’agenzia Magnum insieme ai compagni Robert Capa e David Seymour, trascorre la sua vita cimentandosi in diverse arti, costantemente alla ricerca dell’attimo perfetto in un connubio tra forma ed essenza.

“Noi siamo abituati a pensare ma nessuno ci insegna a guardare. Richiede parecchio tempo, imparare a guardare. Uno sguardo che pesa, che interroga”

Con questa riflessione, Henri Cartier-Bresson ci invita a svolgere l’arduo compito di osservare, a non approcciarci alla vita con una complessità che spesso siamo noi ad attribuirle. Guardare, solo imparare a guardare, perché l’armonia e la bellezza della vita è già insita e immediata, se sappiamo coglierla. Probabilmente Cartier-Bresson resterebbe indifferente alle mie parole. I fondamenti ideologici della sua personalità sono infatti il non parlare troppo e il non prendere la fotografia sul serio: ma è necessario aggiungere parole non tanto ai suoi scatti – che parlano da sé – quanto alla sua filosofia dell’arte.

Pittura e fotografia

Cartier-Bresson, nonostante noto per la sua attività fotografica, predilige sempre la pittura come unica e vera passione. Trascorre lunghe giornate nei musei tra Piero della Francesca, Goya, Van Eyck e Cézanne. È talmente immerso nella pittura e nella lettura che viene bocciato tre volte al diploma. Il suo “padre simbolico”, come lui stesso lo apostrofa – ovvero lo zio paterno – prima di morire in guerra lo porta nel suo atelier, dove il piccolo Henri respira e di nutre di arte; da allora non può farne a meno – “dipingere e cambiare il mondo per me contavano più di qualsiasi altra cosa”. Non rinnega mai il piacere nel praticarla: spesso, dice, la preferisce alla fotografia che non prende mai sul serio. Il disegno lo obbliga a fermarsi, a riflettere, è una meditazione; la fotografia, invece, lotta in una dimensione spazio tempo in cui gli istanti, se non catturati, son persi per sempre, è un’azione immediata. Semplicemente, per usare le sue stesse parole, “l’apparecchio fotografico è un modo più rapido e istintivo di disegnare”, la fotografia è un mezzo di espressione per cogliere la vita. Al centro della ricerca di Cartier-Bresson, infatti, c’è il dinamismo dell’esistenza. È tutta una questione di prospettiva: che lo si guardi attraverso l’astrazione e la rielaborazione della pittura o del disegno, che lo si guardi attraverso un obiettivo nel suo reale esplicarsi, è comunque un fluire inarrestabile e affascinante.

La Leica

Dopo aver svolto il servizio militare, Henri decide di salpare su una nave diretta in Camerun. Visita alcuni Paesi tra cui la Costa d’Avorio e il Niger, da cui resta fortemente colpito. Si ammala di malaria e, in pericolo, è costretto a tornare in Europa. Sbarca a Marsiglia, e lì compra la sua prima macchina fotografica: la Leica, la fedelissima compagna che lo guiderà per tutta la sua carriera. Con lei parte per il Messico, abita in un quartiere malfamato, riesce a malapena a vivere svolgendo la sua prima attività di fotografo. Con lei prosegue per l’America, dove però, per un periodo, l’abbandona per il cinema – altra forma d’arte in cui si cimenterà l’artista. Gira un film con Paul Strand. Nel 36, in Francia, è secondo assistente di Jean Renoir e infine è regista del film “Le Retour” sul ritorno in patria dei prigionieri di guerra e dei deportati. Forse è proprio questo il bello dell’attitudine di Cartier-Bresson verso la fotografia: è discontinua ma sempre potente. Perché, nonostante preferisse sempre la pittura o a tratti cimentarsi in altri progetti abbandonando per anni la sua Leica, la fotografia resta la via più immediata e spontanea attraverso cui sia mai riuscito ad esprimersi, come lui stesso afferma, “è un modo di capire e di vivere più intensamente”. E non c’è bisogno di sprecare fiato e parole, e nemmeno pensare: la fotografia è impulso. Con la Leica, prolungamento del suo sguardo, per le strade, per le città, per la campagna e per il mondo, Henri si è reso invisibile agli occhi degli osservati, in punta di piedi immortala e ruba i suoi attimi decisivi.

Instant Décisif

La fotografia è questione di millimetri e frazioni di secondo. Henri riesce a cogliere quell’istante in cui ogni cosa è al suo posto, è dove dovrebbe essere, l’immagine è dotata di un’armonia naturalmente composta e il soggetto è nel climax della sua espressione. Nel ricercare la vita, Cartier-Bresson mira a rendere eterno quell’infinitesima probabilità di catturare la realtà in quello stato, l’istante decisivo, ma

“se la foto non è riuscita, si può provare ad andare in camera oscura e niente la sistemerà; potete tornare dal soggetto e dire: “Per piacere, signore, rifaccia quel sorriso di prima. Ma non lo ritroverete mai più”.

Basta far scattare l’otturatore poco dopo ed hai già perso tutto, sono attimi andati; l’imprimere nel rullino quell’attimo è la differenza tra una foto riuscita e una foto mediocre. È proprio vero quanto confessa “Noi siamo testimoni dell’effimero”.

Forma ed essenza

La fotografia di Cartier-Bresson è una perfetta commistione tra geometria e sentimento, riunite sotto il denominatore comune della spontaneità. “Ho una passione per la geometria ed è una gioia essere sorpresi da una bella disposizione di forme. Solo così il soggetto acquista tutto il suo spessore e il suo impatto”, dice, ma afferma anche “secondo me è fondamentale contrastare il dogmatismo e affidarsi all’intuizione: ciò che si sogna, ciò che sgorga da noi quando non ce ne rendiamo conto”: è un binomio che rende i suoi scatti piacevoli all’occhio e al cuore, perché sono veicolo dell’attimo e della sua spontaneità nel coglierlo quanto di una visione d’insieme armonica e consapevole, è il riconoscimento di un ordine che appare sotto i tuoi occhi. Questo spiega anche perché Cartier-Bresson fosse così avverso ad ogni tipo di scuola. Basta leggere il manuale di istruzioni della propria macchina fotografica per avere i requisiti tecnici adatti, tutto il resto è sensibilità e talento dell’artista, una dote che non può essere insegnata ma di cui ognuno è responsabile individualmente.

Henri ci insegna dunque a non pensare, un consiglio quanto mai controcorrente, ci invita a guardare la bellezza delle cose senza interrogarci eccessivamente, senza cercare di capire, perché già nell’emozione risiede la vittoria. Ci esorta a prenderci del tempo per osservare non estraniandoci dalla vita, ma essendone diretti protagonisti, a tuffarci dentro quel dinamismo alla ricerca del momento in cui tutto, senza congetture e sovrastrutture, irradiato di bellezza, sembra stare al suo posto.

Arianna Desideri

Fonti

Vedere è tutto – Interviste e conversazioni (1951-1998)
Magnum Photos

About The Author

Arianna Desideri

Fondatrice di Uragano elettrico, 21 anni, studentessa di Storia dell’Arte all’Università Sapienza (Roma). Crede ancora nella potenza dell’arte e della scrittura nell’era digitale. Il Museo d’Orsay di Parigi è la sua futura casa, Virginia Woolf, Van Gogh e Pirandello sono la sua famiglia.

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