Intervista – Il ragazzo di vita Silvio Parello racconta Pier Paolo Pasolini

E’ una mattina di Novembre dal cielo così azzurro che fa quasi paura agli uomini e alle nuvole. Il freddo a Roma sembra non voler arrivare, solo le foglie gialle tradiscono quest’autunno che si maschera da primavera. Camminiamo per le stradine di Rebibbia, proprio a due passi dal carcere; in lontananza la voce metallica dell’arrotino ripete che arrota coltelli, forbici, forbicine e che ripara le vostre cucine a gas.   Ci guardiamo intorno in cerca della casa dove Pier Paolo Pasolini visse dal 1951 al 1953: il numero 3 di via Giovanni Tagliere ha il muro scrostato, il cancello metà nero e metà bianco, una folta siepe di rincospermo. Nulla lascia presagire che qui visse Pasolini eccetto una targhetta vuota fra i cognomi dei condomini, eccetto la colla, ormai secca e ingiallita, dell’adesivo sul quale c’era forse scritto proprio il suo, di cognome.

Un uomo dai capelli bianchi passa in macchina e suona il clacson, lo vediamo venire verso di noi poco dopo, ci chiede se siamo lì per la visita e ci lascia il programma, ci dice che non sarà possibile visitare la casa perché il comune non ha le chiavi, o non ha voluto dar loro le chiavi, “è una vergogna” ripetono i presenti “è una vergogna”. Ci raggiungono altri due signori che subito iniziano a raccontare di quando erano bambini e Pier Paolo offriva loro il gelato, i loro occhi sembrano dire che dieci lire potevano comprare la felicità.

Sono le dieci ed è appena finita la messa nel locale che fiancheggia la casa, una chiesa riconoscibile solo da una campana sulla parte sinistra del tetto e da una croce incisa sulla porta a vetri; una donna si ferma a parlare con Padre Mauro di qualcuno deceduto da poco: “era un brav’uomo” “si, era un brav’uomo”.

Un signore con una giacca di jeans e folte sopracciglia ci chiede a che ora inizia la visita, poi passa una donna sorridente che si dice contenta di vedere che c’è anche qualche giovane che vuole visitare la casa di Pier Paolo. Qui tutti lo chiamano per nome.  Poco più avanti, lungo la strada, in Piazza Ferriani, una targa porta incisa una frase di Pasolini “Ah giorni di Rebibbia che io credevo persi in una luce di necessità e che ora sono liberi (…) mite, violento rivoluzionario nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva.”

Poi arriva lui: Silvio Parrello, detto “er Pecetto” perché suo padre, “Er Pecione”, era un calzolaio ed usava la pece per fissare le suole allo spago, indossa una salopette consumata sulle ginocchia e porta in testa un cappellino blu, mi stringe la mano con forza e mi dice che sua cugina si chiamava Marta, come me. Sembra contento stamattina Silvio, ha gli occhi stanchi e il viso scavato, tiene tra le mani un sigaro, è una vita che parla di Pasolini eppure sembra non essere mai annoiato nel ricordarlo, nel condividere con altri le storie che conserva nel cuore “se sono un pittore e un poeta lo devo a Pier Paolo, lui è sempre con me e io lo penso tutti i giorni.”

Alle volte però, dietro gli occhiali, gli occhi di Silvio si rabbuiano, e in quei momenti si percepisce il peso di questa storia incompleta che sembra non avere un finale, il peso della verità che Pecetto sembra conservare nel cuore, una verità che pochi hanno voglia di ascoltare.

E proprio per ascoltare la sua verità ci invita l’indomani nel suo studio pieno di quadri a Monteverde, il quartiere dove è ambientato buona parte di “Ragazzi di vita”.

Le figure sono leggere nei quadri di Silvio, galleggiano sui tetti, in cieli variopinti e luminosi che sembrano essere stati dipinti da un bambino, quasi mi commuovo nel pensare che quest’uomo dagli occhi stanchi, che conserva storie terribili nel cuore, che vive per raccontare la vita e la morte di un uomo che è stato picchiato, massacrato, torturato e investito, è capace di disegnare come un bambino.

Usciamo dallo scrittoio per prendere un caffè: Silvio conosce tutti e tutti conoscono Silvio, lo salutano, gli stringono la mano, si fermano a fare due chiacchiere. E mentre il barista mi mette davanti la tazzina e Pecetto racconta di quando sono venuti ad ascoltarlo quattro cinesi, penso che davvero stiamo prendendo il caffè con un ragazzo di vita e che non vedo l’ora di starlo ad ascoltare.

Marta Viazzoli e Paolo Falconieri

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