Gita al faro è uno dei romanzi più intimi di Virginia Woolf, a cui la scrittrice affida le sue remote memorie infantili – e non solo – attraverso la famiglia Ramsay. È una terapia che le permette di liberarsi di ossessioni e fantasmi, di stipulare una pace con il suo passato tra pagine di intensa poesia.

Ho l’idea che dovrò inventare un nuovo nome per i miei libri, con cui sostituire “romanzo”. Un nuovo.. di Virginia Woolf. Un nuovo che cosa? Elegia?

Gita al faro, pubblicato nel 1927, è tuttora una delle opere più poetiche di Virginia Woolf – tanto che fu la stessa autrice a constatare che un romanzo di tale lirismo potesse essere, probabilmente, definito un’elegia. In Gita al faro ritroviamo una Virginia a fare i conti con il proprio passato, con i  ricordi di bambina, quando trascorreva lunghe estati nell’affollata dimora familiare Talland house, in Cornovaglia. Emergono dunque involontarie confessioni di una vita di lontana beatitudine, sepolta e dimenticata nella maturità, un Eden perduto come prezioso bagaglio da custodire. Le immagini che Virginia dipinge derivano direttamente da un’intimità infantile che, nonostante le sofferenze,  non ha mai perso e che, idealizzate nel tempo, ha saputo trasformare in un caldo rifugio esistenziale. È anche per questo che i suoi monologhi interiori sono spesso complessi, intricati, a volte irraggiungibili per la nostra totale comprensione:  le pagine sono intrise del flusso di coscienza di una donna che rivede il suo vissuto da una diversa prospettiva, confrontandosi con i propri demoni e riabbracciando i dolci dettagli di quelle vacanze.

Parte uno – La finestra

La casa dei Ramsay – è questo il nome della  famiglia protagonista dell’intera vicenda – brulica incessantemente di ospiti – tra cui figurano Lily Briscoe, una pittrice che è spesso specchio della Virginia adulta, e Charles Tansley, il tipico vittoriano misogino dell’epoca che asseriva che le donne non fossero in grado né di dipingere né di scrivere. Nella prima parte del romanzo, “La finestra”, vengono riportati alla luce dei momenti di gioviale condivisione, una quotidianità a tratti idillica scandita dalle onde del mare come leggero sottofondo in lontananza che lento culla i personaggi.

“E ora lo sciabordio monotono delle onde sulla spiaggia, che di solito accompagnava i suoi pensieri con un rullio misurato e calmo, e sembrava ripetere instancabile e consolante le parole di un’antica ninna nanna, che era la natura a sussurrare: “io vi proteggo e vi sorreggo”,  e altre volte, specie quando si distoglieva un attimo dai compiti immediati, d’un tratto, all’improvviso, non aveva più quel significato buono, ma simile allo spettrale rullio di tamburi che battesse spietato il ritmo della vita, faceva pensare alla distruzione dell’isola, al suo inabissarsi nel mare e l’avvertiva, mentre i giorni dileguavano in occupazioni veloci una dopo l’altra, che è tutto effimero come l’arcobaleno; questo suono soffocato, oscurato da altri suoni, improvvisamente le rintronò cavo nell’orecchio, e le fece alzare lo sguardo in un impeto di terrore”

Un’infanzia di protezione e calore che nel profondo del mare celava i germi della distruzione – e il ritmo quieto e poi esplosivo delle onde erano già lì a predirlo, come un monito: a soli 13 anni Virginia perse sua madre, cadendo in una depressione che sarebbe stata solo l’anticipazione di tanta sofferenza futura. In Mrs. Ramsay c’è tanto di quella madre premurosa e autorevole che scomparse troppo presto, restituita alla vita da queste pagine. La Woolf ammise di essere stata sempre ossessionata dalla sua immagine; decise di scrivere questo romanzo, in cui la sua figura è centrale, mentre, camminando per Tavistock Square, non riuscì più a tollerare la sua evanescente presenza che continuava a tormentarla. Scrisse l’opera in pochissimo tempo, dando forma a memorie soffocate per anni, a un’emozione antica e profonda, confessò. Vanessa, dopo aver letto Gita al faro, scrisse alla sorella che aveva saputo tracciare un ritratto della madre più vero di quanto lei avrebbe mai creduto possibile, che la vedeva resuscitare davanti agli occhi, che era come incontrarla ancora. Da allora la voce della madre non perseguitò più Virginia.

Parte due: Il tempo passa – Parte tre: Il faro

Il tempo passa, la seconda parte del romanzo, è la concreta realizzazione del presagio di dolore e annientamento. La Guerra è scoppiata, Mrs. Ramsay è morta, e con lei anche i figli Andrew e Prue; la casa è vuota, presa d’assalto da una natura ostile, oscure forze la abitano. La famiglia è lontana da quel nido accogliente e Mr Ramsay, razionale filosofo e saggista – come lo era Sir Leslie, padre di Virginia – è solo a portare sulle spalle il peso della perdita, intento a mantenere disperatamente unito il nucleo. Infatti, nella terza e ultima sezione, Il faro, l’armonia sembra essere ristabilita, la casa è di nuovo abitata, come se tutti avessero dolorosamente accettato il proprio passato cercando di ricostruire una stabilità dalle macerie. Lily Briscoe, che non era mai riuscita a finire il suo quadro, in un intimo momento d’essere, davanti al mare, ricordando tra le lacrime, urla “Mrs. Ramsay!” e dipinge una linea verticale sulla tela. Virginia metaforicamente stipula un accordo con se stessa, avendo come pienamente espresso la sua sofferenza;  una terapia della scrittura di elaborazione e accettazione che le permette di terminare l’opera, di iniziare a vivere senza sentire più addosso l’ossessione della madre. Finalmente, James, il figlio minore,  riesce a raggiungere il faro, entità che ha caratterizzato con la sua presenza tutto il romanzo. James, ogni sera, quando la signora Ramsay entrava nella sua stanza per rimboccargli le coperte, le chiedeva di poter visitare il faro il mattino seguente e lei, ogni sera, prometteva che ci sarebbero andati; ma non accadde mai. James raggiungerà la meta quando lei non potrà più accompagnarlo nel viaggio.

Il faro come metafora di vita

Il faro è indubbiamente metafora della vita, di un’esistenza che, per quanto caotica e dolorosa, ha due incontrastabili punti di riferimento: l’accettazione e la sofferenza, la nascita e la morte. Forse, non a caso, James potrà raggiungere il faro solo dopo aver compreso davvero cosa significhi essere al mondo, cosa vuol dire perdere e ricevere, amare e cadere, cosa poteva nascondere il ritmo scandito da luce e ombra che osservava dalla piccola finestra sin da bambino. È un messaggio di speranza che Virginia Woolf ci dona come intima confessione del’essere: c’è sempre una rinascita, un lampo che squarcia la notte.

Arianna Desideri

About The Author

Arianna Desideri

Fondatrice di Uragano elettrico, 21 anni, studentessa di Storia dell’Arte all’Università Sapienza (Roma). Crede ancora nella potenza dell’arte e della scrittura nell’era digitale. Il Museo d’Orsay di Parigi è la sua futura casa, Virginia Woolf, Van Gogh e Pirandello sono la sua famiglia.

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