La riflessione a cui vi voglio sottoporre è una di quelle idee serali che molto spesso prendo sotto esame. Ponderavo sul termine pietà’e sulla sua derivazione latina con il termine pietas. Etimologicamente parlando, questo termine sta a significare quella sensazione di vicinanza e di affetto per coloro che soffrono, non iperbolandola come nell’empatia. Nulla a che vedere con il termine latino che non ha accezione cristiana di misericordia, il termine aveva una valenza di devozione per ciò che, in età classica, veniva considerato Sacro, come ad esempio, la famiglia, la patria e lo stesso ‘Dio’.

Vincent Van Gogh rispetta i canoni di un pio uomo antico che possiamo riscontrare nel suo attaccamento affettivo nei confronti del fratello Theo e nei confronti della religione; non a caso fin da bambino era stato avvicinato al mondo teologico avendo un padre calvinista – aggiungerei però che, oltre alla religione ‘formale’ che siamo abituati a conoscere, l’artista viveva una simbiosi nei confronti dell’arte. Mi sono posta perciò una domanda: come mai non dipinse mai soggetti di carattere religioso? I suoi coetanei, per primo il suo amato Gauguin, cominciò a sperimentare su questo tema. Perché lui no? Nel 1889, data del suo ricovero, scrisse una lettera al fratello con queste parole

«All’entrata di una grotta giace sdraiato, con le mani in avanti… il volto è nell’ombra, la pallida testa della donna si staglia chiara contro una nuvola»

delacroix_pieta_grtQuesta descrizione ci parla di uno dei suo quadri, personalmente, più emblematici: La Pietà, che faceva parte di una serie denominata ‘copie’, qui, l’artista, riprende, con una sua rivisitazione stilistica e psicologica, la pietà dell’artista francese Delacroix, descritto da Van Gogh con quattro parole che, con una delicata irruenza, ti entrano dentro:

«un uragano nel cuore»

IMG_0120Nel mio piccolo di studentessa, in quest’opera vedo una violenza emotiva non indifferente, nel volto di Cristo c’è un evidente richiamo dell’artista, una sorta di autoritratto martorizzato dalla sua situazione di reclusione in manicomio. Come se chiedesse Pietà per la sua condizione e un’assoluzione divina chiesta alla Madonna. Van Gogh dentro di sé vive una costante pace armata con la sua condizione psicologica. Non a caso c’è un accostamento ossimorico di colori fra le due opere: in quella di Delacroix troviamo un uso di colori cupi e caldi che descrivono la disperazione di avere tra le proprie braccia un figlio morto, mentre l’artista olandese usa colori freddi che richiamano la pacatezza del nulla, un corpo che ha smesso di combattere e una madre rassegnata che da l’ultimo abbraccio al figlio ormai esanime.

Penso che l’avvicinamento a questo tema e l’analisi di quest’umana sofferenza acquietasse l’animo tormentato di Van Gogh, al punto da trovare, nel disordine delle pennellate, un conforto momentaneo, al punto di elogiarsi con il fratello:

«Si tratta di un’opera bellissima e grandiosa»

I pittori ci insegnano a vedere: io vedo, vedo l’anima dentro le pennellate, vedo la pacatezza di un animo tormentato, vedo gli occhi vitrei di un malato, e vedo anche se non vorrei, un bisogno di aiuto silenziosamente urlato in quest’opera.

Arianna Bonori

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