Barnett Newman viene considerato uno dei principali esponenti dell’Espressionismo astratto americano, insieme a Rothko, e il più noto Pollock. C’è una piccola distinzione preliminare da far. L’Espressionismo astratto si divide al suo interno in due categorie, basate sul metodo pittorico dei vari artisti: Pollock, insieme per esempio a De Kooning, appartiene alla corrente dell’Action painting, nel quale tendenzialmente il colore viene lanciato o lasciato gocciolare sulla tela; l’altra corrente principale, invece, si chiama Color field, e vi fecero parte artisti come Rothko e Barnett Newman. Quest’ultimo metodo intende creare delle superfici di puro colore per eliminare ogni illusione di profondità.

La zip

Newman non si avvicinò subito all’Espressionismo astratto. In un primo periodo tentò di approcciarsi ad uno stile semplicemente espressionista, ma diciamo che non ebbe fortuna: era infatti molto insoddisfatto dei suoi risultati. Fu però grazie all’aiuto di amici come Rothko che si avvicinò all’Espressionismo astratto e riuscì a trovare la sua strada pittorica. L’obiettivo fondamentale che Newman si prefigge è la semplificazione più totale dell’opera d’arte, senza però sfociare nel completo monocromo. Infatti, a differenza di Klein, all’interno dei dipinti di Newman permane un elemento esterno al semplice campo di colore, la così detta “zip”, la quale taglia verticalmente l’opera e si configura come una striscia di colore. Potrebbe sembrare che questa banda divida il quadro semplicemente in due diversi “campi”. In realtà essa possiede due facce: mentre da una parte spezza la colorazione unitaria dall’altra, paradossalmente, conferisce unità all’intera opera, è una sorta di squarcio che mette in comunicazione due mondi. downloadLa totale bidimensionalità dell’opera fa si che essa possa essere letta soltanto tramite i criteri del verticale e dell’orizzontale, ed ecco che con questa mossa Newman riesce a darci il senso del nostro stesso essere nel mondo, perché, come dice Merleau-Ponty, è il verticale che ci dà questo senso. L’orizzontale è presente in natura infatti, anche nel suo aspetto illimitato – esempio lampante è la linea dell’orizzonte. Invece il verticale è come se fosse innaturale, artificiale: noi stessi siamo verticali, ed è grazie a questa dimensione che noi leggiamo il mondo e vi entriamo. Ed ecco che la zip riporta sulla tela questo nostro essere verticali, apre uno spazio a noi affine, in modo tale che noi possiamo entrare in rapporto con la tela, ma non un rapporto soggetto-oggetto; infatti il quadro è completamente privo di oggetto, esso è stato eliminato, e la tela stessa è proposta come soggetto. Un soggetto che sembra sempre sul punto di parlare, ma che in realtà tace, all’interno del quale i tempi del raccontato e del raccontare si fondono dando vita al silenzio, che da se stesso si mostra come evento visivo. Gli stessi titoli dell opere di Newman, mi riferisco in particolare a “Onement, I“, riportano l’idea dell’inizio – onement infatti significa “essere fatto una volta sola”; l’idea della creazione, ovvero di quell’evento che dà avvio a tutti gli altri. Ed ecco che Newman lo fa incarnare in un dipinto che non fa altro che dichiarare la sua stessa interezza, la zip non divide la superficie, ma tutto è uno, unico, unito, come la creazione stessa che non è costituita da momenti separati ma si configura come un atto unico, un’evento unitario e indivisibile. La tela non racconta la creazione, non la mostra, la incarna, è essa stessa il motivo della creazione e lo mostra tramite la sua interezza. Ecco che le opere si autorappresentano, ed affermano la loro identità, il loro essere evento. Proprio questa identità, che si configura come un’unicità, fa si che ricompaia nell’arte quella che Walter Benjamin chiamava “aura”. Le opere di Newman sono estremamente auratiche, sono infatti uniche, singolari, e alla loro unicità si accompagna la dimensione epifanica dell’annuncio, ma è un’epifania che non annuncia nient’altro da sé, è il manifestarsi dell’annuncio stesso: ecco che allora questa epifania non è più apofantica (ovvero enunciativa) ma apofatica (ovvero negazione) non manifesta più l’altro ma il Niente che si esprime nella forma del silenzio.

Andrea Gigante

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Andrea Gigante

20 anni, studente di Filosofia alla Sapienza. Guardo il mondo con occhi avidi,e tento di osservare ciò che mi circonda il più possibile. Mi definirei una sorta di "esploratore", l'eterno ricercare con il pensiero, la vista ed il corpo è forse ciò che più mi affascina. Credo che l'uomo sia schiacciato dai propri limiti fisici e che abbia un'unico modo per oltrepassarsi: il pensiero.

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