Oltre l’obiettivo – Walker Evans

Walker Evans è considerato il padre della ‘fotografia documentaria’ per i suoi scatti semplici ma potenti che raffigurano la dura realtà della Grande Depressione degli anni 30. Appassionato di scrittura e fotografia, capì subito la forza delle raccolte per veicolare le sue storie: pubblicò Let us praise famous men, American Photographs e Many are called.

“L’artista è un collezionista di immagini che raccoglie le cose con gli occhi. Il segreto della fotografia è che la macchina assume il carattere e la personalità di chi la tiene in mano. La mente lavora attraverso la macchina”

Walker Evans ci ha lasciato in eredità un fedele e realistico ritratto dell’America dagli anni 20 agli anni 70, riuscendo ad immortalare i grandi cambiamenti nell’evoluzione del secolo con una chiarezza magistrale. Dedito alla fotografia come la massima espressione della verità e dell’intima essenza della realtà, Walker non mira ad un soggetto che si faccia veicolo di un ideale di bellezza, ma cerca un volto, delle mani, degli sguardi che sappiano raccontare una storia, una confessione muta, antiche tradizioni e vicissitudini di vita.
Evans ha saputo amalgamare con estrema originalità scrittura e fotografia. Non a caso, durante la giovinezza, aspirava a divenire uno scrittore di successo scrivendo racconti e saggi, ispirato dal realismo di Flaubert e dalla poetica di Baudelaire.

Nato nel 1903 a St Louis, Missouri, si trasferisce per un periodo a New York, dove lavora alla Public Library. Nel 1926 si stanzia per un anno a Parigi, dove entra in contatto con la fotografia di Nadar.
Negli anni della Grande Depressione – in seguito alla Crisi del 1929 – il Presidente Roosevelt fonda il Farm Security Administration Resettlement al fine di documentare la gravosa condizione delle popolazioni rurali, costretti in estrema povertà, e dimostrare quanto la politica del Nuovo Corso guardasse alle difficoltà delle classi più basse cercando di porvi soluzione. Ma Evans, incaricato dal dipartimento di recarsi nelle remote zone del sud, va ben oltre: attraverso le sue foto crea delle vere e proprie icone, trasferendo sulla pellicola volti di un mondo umile e di valori genuini senza giudizio alcuno, solo con l’occhio di chi osserva. In Alabama, con il suo amico giornalista James Agee, Evans realizza degli scatti che passeranno alla storia nella raccolta Let us praise famous men (1941), eccezionale fusione di fotografia, letteratura e giornalismo. L’atteggiamento con cui i reporter si approcciano a tre povere famiglie è neutro e umile: non vi è disprezzo né retorica. Cambia dunque anche il modo di relazionarsi all’universo contadino, attento a coglierne la dolcezza e la solidità dei valori, stimolando anche il mondo esterno ad una nuova sensibilità sul tema.

Nel 1938 il MoMa di New York decide di dedicare la sua prima mostra fotografica individuale a Walker. Per l’occasione, Evans riordina tutto il materiale prodotto in una decade, raccolto e pubblicato poi in American Photographs: un vero e proprio ritratto dell’America in tutte le sue sfaccettature. La magia nasce dalle cose essenziali, di vita quotidiana: dai cartelloni pubblicitari, alle strade di città deserte, ad architetture spoglie e squadrate; riesce a dare dignità e incanto anche agli elementi più comuni ma, proprio perché tali, fondamentali per ogni esistenza. Dal 1938 al 1941 si dedica ad un progetto più che innovativo, Many are called. Girovaga per la metropolitana di New York con una Contax formato 35 sotto il cappotto ed immortala i volti stanchi, curiosi, annoiati dei passeggeri.

“La guardia è abbassata e la maschera è tolta”

dice Evans, cogliendo in brevi tragitti emozioni delle vite di passaggio assorte nelle loro divagazioni.

Per il resto della sua carriera collabora con Fortune, scrivendo articoli e integrando reportage fotografici, connettendo e intrecciando di nuovo due arti care ad Evans. Negli anni 70 lavora al modello Polaroid SX-70, convinto che fosse la nuova frontiera verso cui sviluppare la ricerca.

Walker Evans morì dopo aver venduto quasi tutta la sua opera ai collezionisti, in completo anonimato, come avrebbe sempre sperato, come i soggetti che aveva ritratto: anonimi, soli ma ugualmente speciali.

Arianna Desideri

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