Tutti noi lettori abbiamo uno scrittore che sentiamo nostro, che ci ha cambiato gli occhi, che ci ha dato coraggio, che ci ha salvati e ci salva continuamente, che ci ha faticosamente aiutato a capire chi siamo e chi vogliamo essere, ci sono scrittori le cui parole ci scorrono nel sangue instancabilmente, nelle quali ci ritroviamo e anneghiamo, scrittori senza i quali saremmo diversi. Uno di questi scrittori è per me Cesare Pavese. Per questo non ho mai avuto il coraggio di recensire un suo libro, le mie parole non basterebbero, non sarebbero abbastanza grandi né abbastanza belle per parlare di lui, dei suoi romanzi, delle sue poesie. Nemmeno stavolta lo recensirò, proverò però a raccontarvi la storia di questo libretto piccino, incompiuto, che pochi ricordano e che si trova difficilmente in libreria, e del sentimento che lo legò alla donna con cui lo scrisse a quattro mani.

E’ un giorno del 1959, sono passati quasi dieci anni dal suicidio di Cesare Pavese, Italo Calvino, incaricato di raccogliere le opere edite e inedite in vista del decennale della morte, frugando nello studio dello scrittore trova una cartellina gialla con un titolo scritto con la calligrafia un po’ sbieca: Viaggio nel sangue. E’ un romanzo scritto a quattro mani con un’amica, Bianca Garufi, che, come lo scrittore, lavorava per la casa editrice Einaudi. La stesura procede a capitoli alterni, uno scritto da Pavese, che narra la vicenda dal punto di vista del protagonista maschile, Giovanni, e uno scritto dalla Garufi, che narra la vicenda dal punto della donna protagonista, Silvia. I capitoli sono ordinati, numerati e corretti a mano dallo stesso Pavese. La narrazione si interrompe al capitolo XI, al culmine del viaggio di Giovanni e Silvia a Maratea, quando il cupo segreto di Silvia e della sua famiglia è svelato. Ma nella cartellina gialla ci sono anche fogli con scheletrici appunti su come avrebbe dovuto proseguire la vicenda dei due giovani, la scrittura è stata, infatti, interrotta ma la carica poetica ed emotiva di questi primi capitoli è straordinaria.
Il romanzo è stato scritto nei primi mesi del 1946, all’epoca di Dialoghi con Leucò e della raccolta di poesie di La terra e la morte, entrambi dedicati a Bianca Garufi, grazie alla quale Pavese sperimenta una nuova forma narrativa, quella dei dialoghetti, nei quali la figura della donna è molto presente, a partire dal titolo: Leucò oltre a essere una ninfa marina è l’incarnazione di Bianca stessa (Leukòs in greco vuol dire bianco).

Cesare e Bianca si incontrano nella prima metà del 1945, in una Roma per Pavese “bellissima e dannata”, grazie alla comune esperienza di lavoro presso la casa editrice Einaudi. Iniziano a scriversi in agosto, quando lei parte per tornare in Sicilia nella grande casa materna di Latojanni, a nord di Taormina; ma anche in autunno, quando ricominciano a vedersi ogni giorno e a lavorare fianco a fianco, continuano a scriversi lettere per poter avere una comunicazione più intima e profonda, per non lasciare niente di non detto. La donna è ormai entrata nella vita e nella scrittura di Pavese, che a ottobre le scrive

“Vorrei essere almeno la mano che ti protegge – una cosa che non ho mai saputo fare con nessuno e con te invece mi è naturale come il respiro”, a novembre “non voglio che la nostra storia somigli alle altre che ho bruciato”

e ancora

“Tu sei veramente una fiamma che scalda ma bisogna proteggere dal vento. A volte non so se un mio gesto tende a scaldarmi o a proteggerti. Anzi allora m’immagino di fare le due cose insieme e questa è tutta la mia e la tua tenerezza come una cosa sola”

Nelle lettere si apostrofano scherzosamente come “Barone” e “Baronessa”, a marzo lui le scrive “farò con te grandi sciocchezze. Oltre ai romanzi.” E così fu.

Circa un anno dopo “quel meraviglioso autunno” del 45, Cesare e Bianca si separano, lui resta a Roma, lei si sposta a Uscio, nei pressi di Genova, la stesura di Viaggio nel sangue è arrivata al quinto capitolo. Pavese diventa insofferente e frenetico ma la Garufi con dolcezza lo tranquillizza:

“sta’ tranquillo che io posso anche non vederti eppure averti nella mia vita molto più di quanto non pensi.”

La corrispondenza affettuosa e aggressiva insieme si infittisce anche per il desiderio di portare a termine questo romanzo a quattro mani “Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile (…) siamo una bellissima coppia discorde”; si leggono nelle lettere suggerimenti, consigli, richieste di correzioni da parte di Bianca, sfide e provocazioni. “Sapevo bene” scrive Pavese “imbarcandomi in questo libro, che l’impresa avrebbe portato a galla tutto il pus che abbiamo dentro, e non mi spavento delle parole, ma so anche che queste parole esprimono un subconscio che ha avuto ed ha per noi un significato non soltanto letterario”, proprio in quel periodo, inoltre, la Garufi studia la psicanalisi di Jung, così Viaggio nel sangue, che uscirà postumo con il nome di Fuoco Grande, diviene per lo scrittore il luogo privilegiato per confrontarsi con se stesso e con l’altro, per indagare la vita tra immaginazione e realtà, per vedere la propria immagine riflessa in un altro da sé, diversa e ribaltata.

Pavese però è un giudice impietoso, prima di tutto con se stesso, e spesso resta insoddisfatto degli esiti della scrittura, Bianca lascia sempre più spesso i capitoli in disordine e li fa punteggiare e sistemare da lui che però è stanco di leggere e correggere e si chiede se la vocazione di Bianca per il romanzo sia solida come quella per la poesia o i racconti. Lei legge e rilegge il romanzo, ha paura del momento in cui questo sarà finito, ma alle volte ha l’impressione che la carica “si stia esaurendo, pian piano ed inevitabilmente” in lei. Il due luglio scrive:

“ho fatto l’impossibile per continuare la trascrizione del capitolo XII ma ho visto che per ora non posso (…) per ora c’è una tappa forzata. Poi non so, ho come l’impressione che il romanzo è già tutto scontato e che non interessi più a nessuno. Chissà. A meno che tu non trovi il modo di fargli un’iniezione di vitalità.”

Ma, come ben sottolinea Mariarosa Masoero nell’introduzione, Pavese, che aveva messo tutto se stesso in questo romanzo, e si era messo in gioco umilmente e senza ritegno, è già allora stanco, solo e davvero poco “vitale”. Al suo diario confida un bilancio lucido e doloroso che sottolinea la passione e al contempo la fatica che ha animato questo esperimento letterario

“Aver scritto qualcosa che ti lascia come un fucile sparato, ancora scosso e riarso, vuotato di tutto te stesso, dove non solo hai scaricato tutto quello che sai di te stesso, ma quello che sospetti e supponi, e i sussulti, i fantasmi, l’inconscio – averlo fatto con lunga fatica e tensione, con cautela di giorni e tremori e repentine scoperte e fallimenti e irrigidirsi di tutta la vita su quel punto – accorgersi che tutto questo è come nulla se un segno umano, una parola, una presenza non lo accoglie, lo scalda – e morir di freddo – parlare al deserto – essere solo notte e giorno come un morto.”

Le lettere degli anni successivi si fanno sempre più taglienti, piene di rimproveri e accuse, ma i due continueranno a scriversi fino alla fine, fino a quando Pavese non si suicidò in quella camera d’albergo a Torino: “Caro Pavese, la tua lettera era brusca e cattiva” (22 febbraio 1946); “Cara Bianca, lo sai benissimo che quand’io scrivo lettere, maltratto” (26 febbraio 1946); “la tua ultima lettera, così dura e diffidente, mi ha fatto molto male (…) mi dispiace della tua solitudine. Se fosse una cosa così salutare, così come dici sia per te, non avresti quel tono velenoso” (8 aprile 1946); nel 1949 lei scrive “Vorrei sapere qualcosa di te (è una mia debolezza) e che fai e di chi sei innamorato”; “Cara B., nessuno come me in questi mesi sa quanto sia vana una pena, una sofferenza, un’acquolina di questo genere. (…) Auguri, B., e si convinca che fuori dai libri scritti io non sono che una mezza cartuccia, un angolino da ripulire, un vermiciattolo.” (29 luglio 1950).

Il 28 agosto 1950, il giorno dopo il suicidio, Bianca sembra scagliargli con dolcezza un ultimo rimprovero “Pavese, sciocco, non potevi farti aiutare?”. L’uomo che le aveva scritto poesie meravigliose e che le aveva aperto il cuore, poco prima di morire aveva aperto il libro di dialoghetti a lei dedicato e aveva scritto con la sua solita calligrafia sbieca le sue ultime parole:

“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono”

Bianca Garufi concluderà da sola la storia di Fuoco Grande, mantenendo la divisione delle due voci narranti, e dimostrando, forse, a se stessa, che quella vocazione per il romanzo di cui Pavese lamentava l’assenza aveva solo bisogno di tempo per manifestarsi.

Il Fossile, l’unico romanzo di Bianca Garufi, fu pubblicato nel 1962.

Marta Viazzoli

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Marta Viazzoli

Diciannove anni, studentessa di lingue, legge per sopravvivere e fotografa per non dimenticare. Curiosa, testarda e precisa cerca la verità con occhi impertinenti e mai stanchi. Si circonda di parole, ma apprezza il silenzio, ama il thé, le pozzanghere, i romanzi epistolari, i film francesi e le bolle di sapone. Ammira chi va in direzione contraria e chi sa tornare bambino. Spera che possiate leggervi tra le sue righe.

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