Oltre l’obiettivo – Tina Modotti

 “Non posso risolvere il problema della vita perdendomi nell’enigma dell’arte”

Tina Modotti non ebbe una sola vita. Riuscì a crearne quante la sua curiosità e il suo genio poterono concepire: fu un’attrice, una traduttrice, un’attivista, un’inguaribile amante, una fotografa. Le sue tante anime riuscirono a convivere e a trovare la loro massima espressione a cavallo tra i il diciannovesimo e il ventesimo secolo; tale era la sua energia e il suo palpabile splendore che rompere ogni pregiudizio fu un atto quasi spontaneo – perché era la sua natura, essere libera da condizionamenti. Le innumerevoli facce di Tina sono il tratto distintivo di una donna che ha fatto della sua esistenza un racconto di appassionanti scoperte e una continua ricerca della bellezza della vita in tutte le sue sfumature.

Nonostante sia di origini italiane – nata a Udine nel 1896 in una famiglia molto umile – l’intero globo è la sua patria. A soli 17 anni passeggia per le strade di San Francisco, lavora come sarta, ama il teatro – si reca spesso all’Italian workers Opera, per immigrati italiani. Recita come attrice ad Hollywood per Ray Clement in “The Tiger’s coat” e ottiene altri due ruoli – seppur marginali – in “Riding with death” e “I can explain”; si trasferisce a Los Angeles con “Robo” (Roubaix del’Abrie Richey), il suo primo compagno, poeta e pittore, conosciuto durante l’Esposizione Internazionale Panama-Pacific. La loro dimora diventa punto di riferimento per i grandi salotti bohemien, in cui Tina potrà apprezzare quella cultura a cui aveva potuto approcciarsi solo in pochi anni di studio.

Città del Messico

La sua più grande passione resta, però, la fotografia. Edward Weston, per cui posa come modella, è il primo a trasmetterle le basi di questa arte – tanto che, in un primo momento, i lavori di Tina risentono quasi completamente dell’influenza del maestro. Weston realizza degli scatti in cui la sua musa non è solo nuda, ma è messa a nudo: la tenerezza nel volto di Tina, la manifesta carica erotica e la sensazione che già, cogliendo attraverso l’obiettivo la sua essenza più intima, il fotografo comprendesse e venerasse quella donna piena di vita. Edward è il primo vero amore di Tina, un legame che, fulmineo, travolge il corpo e la mente: alla morte di Robo si trasferscono in Messico, terra che, così simile a lei, le dona fortuna e pace. Entra in contatto con il fervente ambiente artistico di Città del Messico, stringendo amicizia con Diego Riviera, Siqueiros, Orozco – i fondatori di “El Machete” –  e immortala la famosa pittrice Frida Kahlo. Al fianco di Weston migliora sempre più la sua tecnica fotografica, allontanandosi progressivamente dal suo stile “formale”, che ricercava nella materia l’astrazione, caratterizzato da uno spiccato senso estetico a volte sterile: dal ritrarre fiori ed elementi naturali – in cui Tina coglie l’intima bellezza e il suo sfiorire – il suo focus cambia, ritraendo la vera vita che brulica nelle strade di Città del Messico. Al ritorno da un breve viaggio a San Francisco – in cui Tina fa visita alla madre ammalata, conosce la fotografa Dorothea Lange e  acquista una Graflex – per tre mesi vaga per i territori dimenticati del Messico contribuendo poi, con i suoi scatti, all’opera di Anita Brenner “Idols behind altars”. Il rapporto con Weston si deteriora, l’amante torna in California e Tina si trova di nuovo sola. Nonostante la separazione, continuerà per anni una vasta corrispondenza epistolare.

Attivismo e fotografia

L’altra vita più appassionante di Tina è indubbiamente quella di attivista politica. Sempre sull’onda dell’evento,  dà sfogo alla sua indole rivoluzionaria attraverso l’adesione al Partito Comunista. Si innamora di Guerrero, pittore e militante, conosce Vittorio Vidali, esponente del Komintern. Alla luce di questo nuovo interesse, la fotografia di Tina è più attenta alle tematiche sociali, ai bassi fondi, ai lavoratori, agli operai, al ‘sostrato’ povero e sfruttato di Città del Messico – cercando di cogliere nel contingente un piano simbolico superiore ed universale. Nel 1928 realizza un reportage in Tehuantepec. L’anno successivo, dopo l’assassinio del suo amante Antonio Mella, cubano, per mano dei sicari del dittatore Gerardo Machado, la storia di Tina subisce un lento declino. Vittima degli scandali, è persino accusata di aver preso parte all’attentato contro Ortiz Rubio e, in seguito alla legge del 1930 – secondo cui tutti i comunisti dovevano essere espulsi dal Messico –  Tina intraprende un lungo viaggio con l’amico Vidali fino a Berlino e Mosca. Prende parte al Soccorso Rosso Internazionale, occupandosi delle gravose condizioni dei perseguitati politici, scrive opuscoli politici, traduce e legge la stampa straniera.

La Guerra Civile spagnola è la sua ultima grande occasione: lavora come infermiera sul campo, conosce Robert Capa, Gerda Taro e Ernest Hemingway. Da convinta antifascista, organizza nel 1938 il Congreso nacional de la Solidariedad a Madrid, fino poi a seguire l’interminabile esodo dei Repubblicani dopo la vittoria di Francisco Franco. Una volta tornata in Messico, dove le restrizioni erano ormai state abolite, non smette di dedicarsi ad un impegnativo e fervido attivismo soccorrendo i reduci e partecipando all’Alleanza Internazionale Garibaldina.

L’intreccio tra arte e vita è un equilibrio precario che Tina ben aveva compreso. Non permise all’arte di inglobare la vita e renderla  contemplativa e statica, ma furono proprio la sua carica emotiva, la sua sensibilità, la sua gioia nello sperimentare a rendere le sue interpretazioni e le sue fotografie una testimonianza di come un’esistenza possa essere consumata al pieno delle sue potenzialità, di come possa essere unica e allo stesso tempo composta da mille altre sfaccettature.

Tina Modotti muore il 5 gennaio del 1942, colta da un infarto in taxi. La stampa cerca in ogni modo lo scandalo attribuendo un presunto avvelenamento all’amico Vidali; le circostanze del suo decesso ancora restano oscure. Pablo Neruda scrive un emozionante epitaffio per la sua lapide a Città del Messico, dove tutt’ora riposa l’artista dalle infinite personalità:

Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:
forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella.
La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:
ti sei messa una nuova veste di semente profonda
e il tuo soave silenzio si colma di radici.
Non dormirai invano, sorella.
Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,
la tua delicata struttura.
Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.
Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai tranquilla.
Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?
Non odi un passo fermo di soldato nella neve?
Sorella, sono i tuoi passi.
Verranno un giorno sulla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
verranno a vedere quelli d’una volta, domani,
là dove sta bruciando il tuo silenzio.
Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorni i canti della tua bocca
nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.
Valoroso era il tuo cuore.
Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade
polverose, qualcosa si mormora e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,
qualcosa si desta e canta.
Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,
quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,
col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.
Perché non muore il fuoco.

(Pablo Neruda , 5 gennaio 1942)

Caduta nell’oblio per molti decenni a causa delle sue attività poco convenzionali, Tina Modotti è stata oggetto, spesso, di infami minimizzazioni, posta all’ombra dei suoi amanti e del suo Partito. Tutt’ora, nonostante sia divenuta nel tempo un simbolo, la sua storia è ancora poco conosciuta e apprezzata: l’imperdibile storia di un’artista, di un’attrice, di una musa, di una fotografa che ha abbracciato la vita nella sua complessità, nelle sue contraddizioni, nella sua bellezza.

Fonti

Comitato Tina Modotti
Rai scuola

Arianna Desideri

About The Author

Arianna Desideri

Fondatrice di Uragano elettrico, 21 anni, studentessa di Storia dell’Arte all’Università Sapienza (Roma). Crede ancora nella potenza dell’arte e della scrittura nell’era digitale. Il Museo d’Orsay di Parigi è la sua futura casa, Virginia Woolf, Van Gogh e Pirandello sono la sua famiglia.

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