Come sempre in ritardo, non trovo parcheggio, poi cammino, “sì, era il numero 6, chiamo Gaia”.

Quando si entra nello studio di un’artista non si sa mai cosa aspettarsi, non si sa quanto svelerà di lei, quanto nasconderà. Bisogna essere acuti nell’osservare: i dettagli costituiscono una chiave di lettura necessaria per captare ciò che sembra in secondo piano ma che, in realtà, rivela un’essenza più autentica del primo sguardo.

“Piacere Arianna, sono Gaia, vieni, entra.. scusa se è tutto in disordine”

Tele sul pavimento, una sopra l’altra, telai rivolti contro il muro, piccoli quadri in successione a terra come tessere di un mosaico. A destra la scrivania macchiata delicatamente con schizzi casuali di colore, fototessere incorniciate, tanti e tanti bozzetti, sculture di zanzariere e filo che evocano corpi.

Gaia Giugni mi accoglie come fossi un’estranea curiosa, con il suo maglioncino grigio e la semplicità che la contraddistingue; la sua modestia mi ricorda che non tutti gli artisti amano ostentare la propria posizione ed esaltare con fatiscenti apparenze il proprio lavoro. Mi spiega che fare la pittrice è un mestiere come un altro e che lei nella mondanità proprio non sa starci – “sono un orso”, dice; invece io sono felice che, in una chiacchierata informale, lei possa mostrare quel suo lato ordinario dal carisma particolare – “sei in minoranza, lo sai?” le confesso.

Mi dice che l’arte entra nella sua vita dopo la laurea in Lettere e Filosofia, frequentando un’accademia di illustrazione che la segna profondamente. Il disegno è visibile in ogni sua carta ed è il filo conduttore della sua produzione; anche gli ultimi grandi formati che catturano la loro forza dal colore (sempre più vivo e sperimentale) rielaborano quelle forme iconiche amiche che la accompagnano mentre dipinge. Il suo è un percorso di ricerche parallele che finiscono per incontrarsi, ad un certo punto, dopo anni e dopo aver battuto strade diverse, casualmente:

“Sai, a volte realizzo un ciclo di opere e poi, durante i tanti traslochi, ritrovo vecchie creazioni e noto delle assonanze sorprendenti. Senza rendermene conto, vedo trasformarsi e ricrearsi in nuova forma dei temi che mi sono cari”

L’interesse per la figura umana, bagaglio del suo passato-presente da illustratrice, si evolve sotto nuove spoglie: dalla precisione del tratto nei bozzetti, alle semplici linee che delimitano lo spazio del tronco inglobate dalle diverse cromie. Il segno ricorrente, mi confessa Gaia, è un’inflessione del pennello che descrive delle “orecchie”:

“Ho creato una donna, anni fa, distesa a terra con tante di queste “orecchie” sul corpo, come se riuscisse a sentire interamente e contemporaneamente. Poi le ho replicate ovunque, come un segno istintivo e distintivo”

 “Sembrano rondini, o ciglia”, le dico.

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Mi guardo attorno e quel particolare è ovunque. Come se avessi aperto gli occhi con una nuova luce attorno, mi sento più vicina a Gaia, inizio ad entrare nella sua sensibilità: è il dettaglio che stavo cercando, quella spia che spalanca i pensieri verso una chiave di lettura vera, dritta al punto, senza sovrastrutture. Quelle “orecchie”, come le chiama lei, tornano serialmente come un gesto inconscio e naturale che la guida. In tutti i formati, in tutti i materiali, anno dopo anno, risiedono in parti diverse della tela, si trasformano al mutare della ricerca – dal figurativo al colore.

Mi mostra una delle opere più datate: è un collage di buste di carta colorate, zip ed elementi figurativi – guarda caso ci sono un orecchio disegnato e uno ricostruito con del cartone. I manici delle buste in successione sembrano ricalcare quel segno stilizzato che la contraddistingue, che ricopre la stanza, che inonda le prime tele come le ultime creazioni.

“Assurdo!” esclamo. Sorridiamo. “È bello scoprire insieme a Gaia” penso.

Curiosa poi le chiedo delle altre opere, di quelle sculture di zanzariera sulla mensola e della sua esperienza collaterale di performer. Mi confessa che piuttosto il suo è un gioco, una via divertente che ama intraprendere non prendendosi troppo sul serio. Resto colpita dalle sue idee brillanti, in particolare dalla striscia di lana rossa – che avevo già notato aggrovigliata in un angolo della stanza: ricamata per metri e metri, dispiegata nella performance “Penelope” a Roccatederighi (GR) alla presenza di tutte quelle donne che avevano contribuito a tesserla. Il polimaterismo è un altro dei fili (rossi!) della sua sensibilità artistica: la lana unisce le tele in una originale serie di opere scomposte, fa stare insieme i corpi.

Continuiamo a parlare di futuro, di mostre e delle nuove tendenze dell’arte contemporanea su cui abbiamo qualche riserva. Il tempo scorre via ed è ora di salutare Gaia. Mi accompagna all’ascensore.

“È stato un piacere! Spero di non essere stata troppo un orso questa volta, anzi, dai” e ride.

Quando si entra nello studio di un’artista non si sa mai cosa aspettarsi, non si sa quanto svelerà di lei, quanto nasconderà. La disponibilità e l’estrema umiltà di Gaia mi hanno ricordato che l’arte non è sempre ostentazione e grovigli retorici, né il mistero dell’irraggiungibile. L’arte è un mestiere e spesso si fa con cura, semplicità, si fa sottovoce.

Gaia Giugni “S3/U”

A cura di Paola Valori per Micro, “S3/U” è un viaggio nelle ultime ricerche artistiche di Gaia Giugni (Scopri di più). La mostra sarà inaugurata venerdì 13 ottobre alle ore 18:30 e resterà visitabile fino a domenica 15 ottobre dalle 11 alle 18 presso Spazio Porta Mazzini (viale Mazzini 1, Roma).

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