Incontro Laura per caso, scorrendo tra i suggerimenti di alcuni profili Instagram. Vedo le sue illustrazioni, gli schizzi. Entusiasta decido di seguirla. Ad ottobre inizia a creare e a postare, giorno dopo giorno, dei disegni che dialogano con testi, i suoi robot: figure svuotate, dagli occhi spenti e dal corpo cavo, anime in cerca di qualcosa in se stessi, nello spazio, tra le righe, nelle parole che rincorrono sul bianco del loro sfondo. Ogni giorno appare quella creatura, mentre scorro, disconnessa da me, con il dito sullo schermo: cerco di capire. Mi informo sull’Inktober, un’iniziativa fondata da Jake Parker nel 2009 che deputa Ottobre “il mese dell’inchiostro”, spronando gli artisti a lavorare per 31 giorni su uno schizzo al dì, come una pillola di crescita, come un gioco. Scrivo a Laura.

Ciao Arianna! Vorrei prima di tutto ringraziarti per avermi contattata, mi ha fatto parecchio piacere.
Mi presento con il mio “nome d’arte” che ho trovato finalmente dopo tanti anni grazie a una persona speciale. Kibou no Tori, per gli amici Kibou.  Letteralmente significa “uccello della speranza”, anche se sotto cela tanti altri significati. Ho 22 anni e sono di Roma. Da tre anni vivo e studio a Bologna. Frequento il corso di fumetto e illustrazione all’Accademia di Belle Arti e tra qualche mese -spero- dovrei laurearmi. Lavoro come editore e illustratrice della Prott Edizioni, una casa editrice indipendente nata a Febbraio di quest’anno. Il nostro scopo è creare una rete con tante altre realtà e autori, che come noi credono davvero in un’idea di editoria libera da pregiudizi, grandi colossi e organizzazioni piramidali, e soprattutto, mettono cuore e passione in quello che fanno. Finora ho sempre avuto soddisfazioni. Abbiamo realizzato un magazine, libri illustrati, raccolte di racconti, albi a fumetti. Tra l’altro siamo riusciti a creare un’etichetta discografica, la Pulse Box, con la quale stiamo promuovendo il nuovo album dei The Pileups, un gruppo punk rock bolognese. Da poco sono anche collaboratrice di Ultrablu, un atelier d’arte di Roma nato come laboratorio e polo culturale, promotore di neurodiversità in campo artistico e umano.

→ Cosa ti ha spinto e perché hai deciso di aderire all’Inktober?

Sono anni che seguo l’ iniziativa. Mi ha sempre incuriosita ma per mancanza di tempo non sono mai riuscita a partecipare.  Quest’anno (che peraltro è il momento in cui sono più impegnata in assoluto) mi sono decisa. Mi piace l’idea del disegno day by day, aiuta a stimolare una produzione costante e originale, e la parola del giorno penso spinga l’artista a stimoli diversi, anche fuori dai suoi schemi.

→ Inktober è un’iniziativa che spinge l’artista a riflettere sui propri tempi e temi d’espressione. Perché hai scelto di concentrarti sullo stesso soggetto?

Ho cercato di pensarlo fin da subito come un progetto vero e proprio, anche perché di schizzi e disegni ne ho già scatoloni pieni. Volevo che ogni illustrazione avesse una continuitá anche solo concettuale. Ho cercato fin da subito quale potesse essere un nesso efficace per elaborare un’unica “storia” e ho scelto il mio robot.

→ Queste scomposte figure robotiche che porti alla vita facevano già parte del tuo immaginario oppure sono frutto di uno stimolo apportato da questa esperienza? Quale significato in particolare, se c’è, attribuisci loro?

Adoro Gieger e ho passato un periodo della mia vita a creare esoscheletri di ogni genere. In quest’ultimo anno ho rinnovato questo mio lato con una nuova impronta. La contrapposizione uomo-robot, anima e macchina, mi ha sempre affascinata. Il mio personaggio è un robot ambiguo e puerile. Ha stimoli e curiosità, ma vive un malessere continuo che lo angoscia. Si pone domande elementari e complesse a cui cerca una risposta, fino a una -forse- consapevolezza finale.

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→ Rispetto ad una singola opera o progetto, Inktober è un percorso più lungo, in cui ogni giorno bisogna mettersi a confronto con l’inchiostro e l’idea. Come questo viaggio a tappe ha cambiato il modo di approcciarti al disegno?

All’inizio di ogni viaggio, non sai mai quello che incontrerai e come finirà. In linea generale sono stata abbastanza coerente con la mia idea di partenza. Fin da subito ho cercato però di lasciarmi andare, sia con lo stile che con i concetti. Mi è piaciuto giocare con una mano più o meno libera in base alla tematica del giorno, cercando una coerenza tra le parole e il segno. Sicuramente è un’iniziativa che ho voluto prendere seriamente, diciamo come un contratto. Considerandolo un vero e proprio lavoro, mi ha costretto piacevolmente a disegnare con costanza e serietà, anche se purtroppo nonostante l’impegno non sono riuscita a pubblicare tutti i giorni.

→ Hai riscontrato progressi, perplessità, difficoltà o soddisfazioni durante il percorso?

Con l’inktober il piacere è stato diverso dal semplice disegno quotidiano di routine, perché aveva uno scopo e un pubblico. Ho avuto alcune fidelizzazioni di persone che ogni giorno puntali venivano a vedere quello che pubblicavo. Senza giri di parole, è una cosa che fa piacere. E poi diciamocelo. Almeno per me, chi ama disegnare, più ha da lavorare e meglio sta.

→ Qual è la conquista più grande che ti porterai dietro dall’Inktober?

Inktober mi ha dato l’opportunità di estendere le mie conoscenze e di approfondire le mie capacità. Ho ricevuto complimenti, pareri e critiche, che mi hanno aiutata a capire cosa ha funzionato meglio e soprattutto se fosse arrivato il messaggio che volevo comunicare. Ho già alcune idee su come elaborare e sviluppare questo progetto di Inktober. Nel frattempo, il mio robot sta prendendo parte di una storia vera e propria che vorrei fare uscire l’anno prossimo. Conoscere e imparare è legge per tutti i mestieri, questo compreso. La mente è in continuo movimento e evoluzione, bisogna starle sempre dietro, anche a fatica.

Ringrazio Laura Cagnoni per l’intervista

 

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