Chaim Soutine è il pittore dell’ossessione. È facile comprendere perché sia un artista dimenticato: le sue opere sono intrise di quell’inquietudine che cerchiamo di seminare continuamente. Inetto e maledetto dal destino, ci pone di fronte non tanto al dolore quanto al tormento, non solo come emozione ma come stato d’animo che non lascia scampo. Le sue tele non hanno filtri, si impongono con una schiettezza disarmante per l’osservatore. Soutine non rielabora il tratto: la pennellata si trascina cruda sulla superficie come diretta espressione della mano di una mente che è altrove.

→ Una vita a rincorrere il successo

Lo spleen maturato da Chaim Soutine ha origini radicate nella sua travagliata vita, soggetta a ontinue violenze. Nato nel 1893 a Smilovitch, un piccolo villaggio della Bielorussia, in una famiglia di ebrei ortodossi, è nel mirino di un diffuso antisemitismo e sin da giovane inviso al proprio ambiente ristretto. Dipinge un ritratto del macellaio del proprio borgo ritenuto scandaloso: viene così duramente percosso dal figlio dell’oltraggiato, dal quale riceverà un risarcimento di 25 rubli che, paradossalmente, faranno la sua fortuna – con quella somma infatti si trasferisce a Vilnius, dove frequenta l’Accademia delle Belle Arti. La svolta arriverà con il suo soggiorno parigino.

Conosce Chagall, con cui condivide una storia di emigrazione forzata, e stringe una sincera amicizia con il bohémien Amedeo Modigliani. Si nutre dei capolavori del Louvre divorando Rembrandt, Courbet, El Greco e Goya, artisti da cui riprenderà il tratto e il fare dinamico e frenetico. In preda a manie, brucia la maggior parte delle sue tele. Non sopporta di essere osservato mentre lavora. Le sue opere verranno apprezzate solo in seguito da Paul Guillaume, che comprerà 22 tele “ove la misura e la demenza lottano e si compensano”.

→ Le carcasse

L’ossessione di quel macellaio e dei soprusi subiti non lo abbandonano mai. I dipinti più famosi di Soutine ritraggono – riprendendo soggetti già sperimentati da Rembrandt – carcasse di animali. Dicono che se le facesse portare nel suo studio, che le lasciasse lì per giorni irrigandole con del sangue fresco per non farle scolorire; raccontano che i vicini, dall’odore nauseante, furono costretti a chiamare un ispettore per l’igiene. Oltre all’idea martellante della morte e dei meccanismi di putrefazione del corpo, dietro questa maniacale attenzione – riscontrabile nella maggior parte delle sue opere – vi è quel cibo che è sempre mancato nella sua casa, umile e povera, e sicuramente un rapporto d’indagine e confronto con le proibizioni alimentari del suo credo.

→ I ritratti sfigurati

Soutine è il ritrattista del popolo nella sua accezione più comune e quotidiana. Si occupa di pasticceri, bambini, persone senza nome e senza cariche ufficiali. Ma Soutine non si interessa affatto al soggetto: rappresenta esclusivamente il modo in cui il ritrattato appare ai suoi occhi. È come se guardasse il volto e le movenze ma poi le interiorizzasse evolvendo l’immagine secondo il ritmo del suo passato, applicando il filtro del suo tormento. Così una bambina con una bambola si trasforma in una creatura infelice, che fissa il pittore con le pupille spalancate, con la bocca ricurva di chi sta per piangere, in un’atmosfera giallognola e buia allo stesso tempo. Così le donne da lui raffigurate assumono pose intricate e contorte, hanno volti spigolosi, emaciati, uno sguardo arcigno di sottile disprezzo e indifferenza dietro cui si celano il dolore e il vuoto.

È facile comprendere perché sia un artista dimenticato: la sua è una pittura deformata e deformante che soffoca la bellezza e fa fiorire l’inadeguatezza di essere al mondo. È per questo che non si apprezza abbastanza Soutine, perché, pazzo ed ossessionato, non produce una pittura che lascia uno spiraglio di speranza, è una pittura chiusa, prodotta e negata lì, in un bisogno di espressione che subito viene distrutto. Ma è qui che risiede la potenza delle sue immagini: sono autentici sprazzi di follia non rielaborati, non filtrati, affidati ad un pubblico che non sempre ha la volontà di misurarsi con la concreta realizzazione di quel tormento esistenziale da cui tenta in tutti i modi di evadere.

About The Author

Arianna Desideri

Fondatrice di Uragano elettrico, 21 anni, studentessa di Storia dell’Arte all’Università Sapienza (Roma). Crede ancora nella potenza dell’arte e della scrittura nell’era digitale. Il Museo d’Orsay di Parigi è la sua futura casa, Virginia Woolf, Van Gogh e Pirandello sono la sua famiglia.

Related Posts

Leave a Reply

Your email address will not be published.